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Final Four 2019Turkish Airlines Euroleague

L’Eurolega, i dettagli e le stupide etichette del gioco più bello del mondo. E’ la lezione di Vitoria.

I tanti “What if” che non possono essere il metro di giudizio del lavoro di un Coach.

 

Il successo del CSKA ha messo fine alla lunga stagione di Turkish Airlines Euroleague.

Successo meritatissimo quello dei russi, capaci di giocare una pallacanestro per certi versi assai differente da quanto visto in passato: come mi hanno sottolineato più volte coach Itoudis e lo stesso Daniel Hackett questa squadra è stata spesso meno brillante rispetto a tante prove degli ultimi anni, ma tremendamente più consistente e solida. Mentalmente hanno saputo gestire momenti difficilissimi, sia nella semifinale col Real Madrid, rimontando, che nelle finale con l’Efes, gestendo il rientro dei turchi.

E’ stato il trionfo di Dimitris Itoudis e certamente anche della stessa società, che solo un anno fa pareva essere lontanissima dal suo allenatore, col Presidente Vatutin assai sincero nell’intervista rilasciataci  in cui diceva chiaramente che «si sarebbero dovute valutare le posizioni  ed i ruoli di tutti, a partire dall’allenatore stesso». Jasikevicius era più di un’ipotesi ed la permanenza del coach di Veria non trovava grandi riscontri.

A distanza di un anno, con il trofeo saldamente nelle mani e la vendetta consumata ai danni del Real sempre in semifinale, i due protagonisti hanno serenamente ammesso che   il rapporto era vicinissimo a non continuare ma che Andrey Vatutin ha voluto dare fiducia al suo allenatore, a fronte della promessa di una stagione vincente. E vincere a Mosca significa solo e soltanto Eurolega.

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Ed allora vengono in mente i “what if”, che sono tantissimi e portano alla semplice conclusione che, prima di giudicare il lavoro di un coach, è bene ragionare sul medio-lungo termine, perché non può essere un pallone che balla sul ferro a decidere il futuro di chi vive il basket 24/7 con capacità e passione.

“What if” Vatutin non avesse confermato Itoudis? Chi lo sa, magari oggi avremmo un altro campione, oppure la stessa squadra con un altro coach osannato che avrebbe portato a giudicare Itoudis negativamente. Ecco, si sarebbe detto, è arrivato un altro e si vince…

“What if” Llull avesse segnato la tripla del pareggio a 6″ dalla fine, magari della vittoria se uno dei liberi di Higgins fosse uscito dopo una danza beffarda sul ferro? Certamente i russi avrebbero cambiato guida tecnica ed oggi si affibbierebbe l’antipatica e spesso ridicola etichetta di “perdente” al sistema del grande coach greco.

“What if” il Fenerbahçe fosse arrivato a Vitoria senza infortuni devastanti di due giocatori e condizioni poco più che accettabili di almeno altri 3/4? la finale magari sarebbe stata diversa, con un possibile sito diverso…

Ed ancora “What if” lo scorso anno, a Belgrado, Itoudis avesse avuto De Colo e Hines in condizione almeno accettabile? Si potrebbe forse parlare di dinastìa oggi, se la squadra che aveva giocato la miglior pallacanestro avesse potuto fare lo stesso durante quelle Final 4…

Serve continuare? Non credo.

La realtà è che il lavoro di Itoudis, come quello di Obradovic e di qualunque coach, nonché dei giocatori, in un gioco complesso e legato a mille dettagli come la pallacanestro, andrebbe valutato su periodi ben più ampli, che non sono certo i 40′ di una gara, per decisiva ed importante che sia.

Valerio Bianchini mi ha detto più volte di aver vinto in determinate occasioni in cui meritava meno di altre in cui era uscito sconfitto. E’ sempre, ancora questione di quella famosa palla che balla sul ferro (Matt Janning e Curtis Jerrells ricordano qualcosa?)…

Tornando a quelle etichette che vengono appiccicate frettolosamente, soprattutto quella di “perdente” o “vincente”, ma di che cosa stiamo parlando? Chi ha la sfortuna di aver qualche capello bianco in più ricorderà come il duo Peterson-D’Antoni fosse considerato quello delle occasioni mancate, quello delle finali perse, per diversi anni. Se non sbaglio oggi la storia ci dice qualcosina di differente.

Ed allora alziamoci in piedi ed applaudiamo chi ha avuto la pazienza e la fiducia di credere nel lavoro, sfidando anche l’ambiente avverso. Senza dimenticare che solo chi è ha contatto quotidiano con chi svolge quel lavoro può permettersi di giudicare serenamente e con tutti gli elementi necessari. Da fuori i commentatori ed i tifosi è giusto che si facciano un’idea, che la portino avanti e che esprimano la propria opinione serenamente: è un diritto, non scordiamolo mai, anche perché senza tifo, principalmente,  e senza chi racconta il gioco, sarebbe lo stesso gioco a morire. Ma essere “tranchant” nel breve è esercizio che non può avere valore ed attraverso il quale si rischiano anche tante brutte figure.

Poi sia chiaro, di fronte a determinate situazioni cui assistiamo tutti, è più che lecito avere seri dubbi su questo o quello, che sia un giocatore, un allenatore, un dirigente od un intero sistema. Qui la differenza la fa chi accetta il confronto, soprattutto con i più critici, quelli che, anche qui troppo frettolosamente ed assai stupidamente, vengono definiti “nemici”. Aprirsi e parlare è l’unica via dei veri “vincenti”: puntare il dito e scappare è tipico di chi non ha argomenti e vive di presunzione.

Personalmente torno da Vitoria con un bagaglio incredibile di lezioni sul gioco e su come va gestito, che considero assolutamente un privilegio. Esempi? Laso o lo stesso Itoudis che ti spiegano una situazione tecnica e ti fanno capire con chiarezza e sintesi perché una cosa sul campo si fa così e non altrimenti. E la cosa che mi ha stupito ancora una volta di più è vedere gente che sulla carta parrebbe inavvicinabile passare del tempo con dei “perfetti sconosciuti” solo ed unicamente nel nome dell’amore per il gioco, che poi è l’unico insostituibile motore.

Altrettanto importante è stato capire come dietro a team di successo vi sia un lavoro capillare in cui nulla è minimamente lasciato al caso. Come si fa? Con gente che sa di pallacanestro, che lavora per chi invece ha la grande passione di investire nel gioco (i grandi proprietari) e la altrettanto grande intelligenza di affidarsi a chi il legno duro lo vive da anni con competenza. Altro esempio? Una chiacchierata con Maurizio Gherardini ti fa capire in 30 secondi una marea di cose che sono legate alla pallacanestro e che solo chi vive 24 ore sul gioco e nel gioco può conoscere. Ed allora i grandi capitali portano a successi e non sprechi inutili.

Alla fine quello che può accadere è che si tifi molto di meno e si provi grande rispetto per  i protagonisti, sia quelli che vincono, sia quelli che perdono, perché si prova a capire cosa c’è dietro un risultato, che non potrà mai essere l’unico metro di giudizio, perché quella palla continuerà sempre a ballare sul ferro piuttosto che scuotere la retina.

 

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