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Interviste

Flavio Tranquillo: Mi sono posto il problema di un modello di business e della sua sostenibilità

«Arrivato ad un certo punto della mia carriera non ho voluto, né avrei mai potuto, tradire l'evoluzione professionale e personale»

Prendo a prestito le parole dello stesso Flavio: «Semplificare, fare clamore e non far capire fa più audience ed è più riposante. Ma così non si va da nessuna parte».

L’esatta sensazione che mi hanno lasciato 28 ore, sufficienti a divorare “Time Out“, l’ultima fatica editoriale della voce del basket in Italia. Capire, provare a farlo, mettere in fila documenti e materiale cui si può avere accesso per provare a farsi un’idea su una stagione della pallacanestro italiana che va molto oltre il singolo sport, che si presta a valutazioni assai più globali sul modello di business legato all’attività sportiva, italiana e non.

Non ho la presunzione di avere capito, ma ho la certezza di avere oggi molti più dubbi di quanti non ne potessi avere prima. Ed allora vado comodamente con Voltaire laddove affermava che “Il dubbio è scomodo, ma la certezza ridicola”. Di tutto ciò non posso che ringraziare Flavio Tranquillo, poiché realmente il suo libro è stata fonte di riflessione profonda, di parecchie inquietudini e di incertezze legate al gioco che amo. Il gioco, appunto, quello che vorrei sempre sopra tutto e tutti, ma che è parte della vita, forse la più bella, ma che proprio per tale ragione deve fare i conti con i fatti della vita stessa, quelli che hanno come protagonisti gli uomini. Imperfetti, lo siamo tutti.

La chiacchierata che ne segue è stata per me di assoluta apertura mentale, nonché un privilegio, poiché poter discorrere con chi svolge una professione che riguarda il gioco in modo notevolissimo è privilegio in sé. Ed il confronto è sempre la base della libertà. Che è tutto.

– Da dove partiamo Flavio? La domanda più scontata: perché questo libro?

Tanti motivi, a partire dal fatto che il tempo mi/ci ha messo a disposizione un numero maggiore di elementi per poter approfondire il tema, differentemente dal passato. Parte di questi elementi provengono da un’autorità giudiziaria, ma il discorso è assai più ampio. Per questo, ho voluto pormi il problema di un modello di business e della sua sostenibilità, e del ruolo delle varie componenti del settore, a partire dai media.

– Come si trova l’equilibrio, notevole nel tuo libro, tra il buon giornalismo ed il non assumere posizioni di fronte a temi tanto delicati?

L’equilibrio , sempre che l’abbia raggiunto davvero, si costruisce lentamente ed è figlio di un percorso professionale. Sono stato tifoso, arbitro, giocatore di campetto, allenatore e, solo in seguito, giornalista. Che in Italia comporta sostenere un esame di abilitazione ed essere iscritto ad un albo, con i conseguenti diritti e doveri. Con il tempo ho elaborato l’idea che questa professione comporta una responsabilità, anche se tutti ti dicono che puoi fare quello che facevi prima, per esempio il tifoso. Salvo poi sostenere che non sei credibile in quanto tifoso. Oggi non siamo credibili, ma imploro tutti a essere più rigorosi prima di affibbiare etichette come “venduto”, “giornalaio” ed altro a chiunque maneggi una penna o un microfono. Nel tempo, sempre di più, ho sviluppato la voglia di uscire da questa “gabbia”. Per farlo, ho cercato di fare tesoro degli errori commessi, raccontandoli pur sapendo che sarebbero stati usati contro di me per dolo (da pochissimi) e leggerezza (purtroppo da tanti). Oggi la questione, per un giornalista sportivo, è quanto si dipende dal giudizio altrui. Giudizio che spesso precede e oscura quello relativo ai fatti oggetto del tuo lavoro. Giudizio che si basa su impressioni, positive o negative che siano, fallaci in quanto poco rigorose e documentate. Credo sempre di più che il nostro lavoro sia quello di opporci a questa deriva, evitando di dire/fare quello che può essere popolare o rassicurante. E documentandosi come se non ci fosse un domani. Preoccuparsi della reazione altrui è lecito, ma non può essere mai la base del tuo lavoro. Giusto valutare le prospettive di tutti, ma non di più.

– «Perdevamo perché Siena rubava». Sono parole che mi disse, testuali, Livio Proli, nell’ottobre 2015 a New York. Lo devo ancora ringraziare per aver dato tale e tanta visibilità a quella che allora era ancora una semplicissima pagina Facebook, tuttavia ad anni di distanza mi chiedo: non è lettura troppo semplicistica e per certi versi fuorviante? Mi pare che il tuo libro vada molto oltre…

Partiamo da una certezza: sul campo, quella Siena era migliore di tutti. Rubava o meritava? Intanto sarebbe fondamentale capire cosa si intende con “rubava”, un termine che sembra fatto apposta per scatenare discussioni superficiali. La faccenda abbraccia molto di più, da MPS in avanti. Sono territori amplissimi. Se ci si limita a quel quesito non si affronta il problema. Il fatto che io tratti l’argomento dopo 200 pagine credo sia significativo di quanto possa essere, a mio parere, errato limitarsi a quello.

– Trasversalmente, nel libro, attraverso le parole di Minucci, appare chiaro il concetto di difesa dell’ex presidente senese: «Lo facevano tutti, mi sono difeso, anche da chi non riusciva a batterci sul campo». Detto senza fronzoli, non mi basta, non ci può bastare… Ed aggiungo che se in una difesa si dice così, o chi doveva guardare anche altrove non lo ha fatto, oppure semplicemente non era vera tale denuncia. Cosa ne pensi?

Certo che non basta, e vuol dire anche poco. Di cosa parliamo? Contratti di immagine, retribuzioni non dichiarate, operazioni inesistenti, altre situazioni di bilancio? Spero non si voglia cercare la differenza nel grado di purezza dell’uno o dell’altro, e men che mai sostenere che se tutti sono colpevoli nessuno è colpevole E’ importante mettere insieme cosa è successo e cosa è in dubbio, e soprattutto gli effetti sul sistema. E’ chiaro che lo stesso sistema ti permette, anche all’interno della legge, di fare certe cose che sono difendibili in termini giuridici ma non fanno crescere quel sistema. Ed allora mi chiedo: che modello è quello che non ti permette sviluppo?

– Sostenibilità. La parola chiave, spesso difficile anche in ambiti apparentemente più agiati come quello di Eurolega. Ma siamo veramente di fronte ad una situazione così difficile?

Che questa situazione sia insostenibile è evidente. Pensa all’Eurolega: in ogni affermazione ufficiale c’è ben evidenziata la ricerca di quella sostenibilità. Loro ci lavorano almeno, ma nessuno ha smentito i dati di www.palco23.comAltrove il discorso è semplice: l’idea mi pare quella di reggere, se serve allentando i controlli. Da una dichiarazione di Claudio Sabatini che riporto nel libro, par di capire che l’abolizione della Legge 91 fosse uno degli obiettivi della presidenza Minucci in Lega. E l’argomento rimane attuale. Resta però che questa situazione ha fatto svoltare il tutto in una direzione improduttiva. Quando parlo di sostenibilità intendo autosostenibilità: altro discorso, ben diverso, è se la proprietà mette i soldi necessari a raggiungere il pareggio di bilancio o se eroga una sponsorizzazione che finisce nell’attivo del club.

– Mi ha colpito quando emerge sull’intera città di Siena. Dal primo all’ultimo pare che tutti sapessero, ma nessuno per interessi, pigrizia od altro ha mai voluto togliere il coperchio. Pessima immagine se così, sono cose che normalmente associamo a contesti antipatici…

Ti giro la domanda in questo modo: se fossimo stati a Siena avremmo criticato il fatto che tutto, dagli asili allo sport, funzionasse meglio che ovunque, altrove, nel paese? Temo di no, ed è da lì che dobbiamo partire se vogliamo che questa vicenda ci faccia fare un progresso. Il problema è capire la natura dei privilegi di cui godeva il territorio, non certo criminalizzarli o tacerli, due facce della stessa medaglia. Sperando che nessuno rimpianga quella stagione, finita in maniera così drammatica.

– Un tema che mi è sempre parso abbastanza particolare è quello di giocatori ed agenti. Quando in un rapporto di lavoro vi è una retribuzione non dichiarata, il vantaggio, presunto o pratico, è di entrambe le parti. Non mi pare che queste due categorie potessero essere equiparate a quella povera gente che deve accettare condizioni capestro da datori di lavoro senza scrupoli. Ed allora non è particolare che ne siano usciti quasi tutti abbastanza bene con perfino condanne irrisorie? Minucci non può essere l’unico diavolo dell’inferno. Troppo comodo, no?

Come per tutti i coinvolti, non ci possono essere capri espiatori né silenzi complici. Ci vuole misura e senso del chi ha accettato cosa e perché. Non si possono presumere identiche responsabilità per tutte le componenti, ma non si può nemmeno accettare il colpo di spugna. Chi accetta del “nero” è come minimo ignorante, nonchè cieco perché si ferma ai vantaggi personali immediati e perde di vista il danno alla collettività, che lo penalizza in misura assai maggiore. Ma ripeto, se non vogliamo capire il tema generale allora è tutto inutile, e diventa solo una discussione da bar, che fa comodo solo ai pupari del sistema.

– Il rapporto tra istituzioni e club. La tua idea, chiara ed assai condivisibile è che i secondi non possano e non debbano far dipendere la propria esistenza dalle prime. Giustissimo, ma non ti pare che in questo paese si esageri nel mettere i bastoni tra le ruote a chi vuol fare sport in una certa maniera?

Tra imprenditori ed istituzioni il rapporto deve essere chiaro. Le istituzioni devono creare le condizioni perché un vero imprenditore possa fare sport professionistico con successo, non certo sussidiare questa attività direttamente o indirettamente. Il rapporto, per così dire, va sterilizzato. Ben diversa, e maggiore, è invece la responsabilità delle istituzioni rispetto allo sport di base. E anche da questo punto di vista ci sono ampi margini di miglioramento (a dir poco).

– Un’altra situazione che tratti e che è di grande importanza nonché di altrettanta attualità è quella relativa alla stampa cosiddetta allineata o, più semplicemente, catalogabile come “amica” o “nemica”. Devo dirti che tante mie conoscenze, al lavoro in quel periodo, mi hanno descritto un clima di una certa pesantezza, con telefonate e pressioni costanti. Ieri, ma anche oggi, il solo descrivere negativamente una prestazione od un momento tecnico di una gara di una determinata squadra era certezza di essere catalogati tra i “contro”, con le conseguenze del caso. La sostanza è che si rifiuta il confronto, preferendo avere a che fare solo con chi sta sempre e comunque dalla tua parte. Tralasciando il giudizio su quel solo momento storico, che interessa il giusto, che valutazione mi dai del problema, se problema è?

Tanto semplice quanto complesso. Quelle telefonate vi furono e probabilmente, nella stessa forma od in altra, sono pressioni anche attuali. Se mi chiedi perché tale situazione non fu riportata allora da molti giornalisti ti dico che il problema non è tanto riportare questa o quella telefonata, quanto invece il dovere verso la verità. Capire di che tipo di pressione stiamo parlando. Il mio tentativo è quello di lasciare ad un trentenne di oggi la possibilità di essere corretto in quella telefonata. Riceverla, ascoltarla e farne tesoro nel modo migliore. Senza subirla, senza appiattirsi e senza cedere alla tentazione di “vendicarsi”Sentendo una responsabilità solo verso la professione.

– Ed allora mi perdonerai Flavio, ma la domanda personale devo fartela ed è legata strettamente a quella precedente: perché scrivere oggi di tutto ciò e non dieci anni fa, in piena evoluzione di quel sistema?

La domanda è assolutamente legittima e la risposta è semplice. Prima di tutto perché sono stato lento di comprendonio e lo sono stato colpevolmente. Il tutto in un ambiente che ha supportato questi miei limiti. Arrivato ad un certo punto della mia carriera, non ho voluto, né avrei mai potuto, tradire l’evoluzione professionale e personale. Favorita, come spesso avviene, dal caso e dagli eventi.

Il nostro sito, con una precisa idea sin dall’inizio, fornisce, o meglio prova a farlo, opinioni ed analisi sul gioco e su ciò che lo circonda, quasi esclusivamente riguardo Turkish Airlines Euroleague, 7days Eurocup e le squadre che vi partecipano o vi hanno partecipato. Perché, sarebbe lecito chiedersi, approfondire un tema che oggi parrebbe così lontano dai campi, magari ancor di più proprio nei giorni di una sessione di Playoffs come sempre interessantissima ed assai appassionante? Molto semplice. Perché il tema del modello di business sostenibile, o meglio autosostenibile come sottolinea più volte Flavio, è di prioritaria importanza in un mondo in cui si parla di budget ogni tre parole ed in cui molte leghe, alle quali partecipano le squadre del massimo torneo continentale, non versano in condizioni ideali (eufemismo…). Se poi lo spunto deriva da un libro come “Time Out” scritto da un giornalista del calibro e dello spessore di Flavio Tranquillo, beh allora l’occasione è doppiamente ghiotta.

E siccome non voglio certo venir meno a quella che è la missione fondamentale e la ragione di esistere di Eurodevotion, ovvero fornire soprattutto opinioni, lo dico chiaramente: “Time Out” è un libro straordinario per equilibrio, per ricchezza di argomenti, per il lavoro che si capisce ci sia dietro e per la discussione che apre. Senza clamori e senza sensazionalismi. Come la verità.

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