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Blocchi in movimento ed infrazioni di passi: o si chiarisce oppure il gioco vero muore

L'analisi di due situazioni tecniche che necessitano di urgente chiarimento regolamentare

«No, dai, così no… Non è un blocco…»

«Mamma mia, ha cambiato due volte il perno! Come si fa a non fischiare?»

Quante volte lo abbiamo detto o pensato guardando la pallacanestro degli ultimi anni? E lasciamo pure stare la NBA, dove determinate regole vengono gestite ad uso e consumo dello spettacolo per una politica precisa che non ci permettiamo di discutere nei risultati, ma assolutamente non potremo mai e poi mai condividere se parliamo di gioco vero. E’ un problema serio che riguarda ogni livello. Sminuire la tecnica uccide il gioco. Senza se e senza ma.

Ed il gioco vero è quello che prevede un piede perno che si usi con tecnica nonché un blocco che venga portato con sì efficacia, ma anche con i crismi di quello che deve essere, un blocco appunto, non una sorta di continuo aggiustamento che permetta tutto all’attacco e vada ad umiliare la difesa, soprattutto quando competente.

Lo spunto, definitivo, ci è arrivato dopo gara 1 tra Real e Pana, non a caso protagonista Tavares, uno che è per ovvia struttura fisica molto difficile da arbitrare. E la mente è immediatamente corsa ad Arturas Gudaitis, un altro che attraverso il suo dinamismo è un incubo per i “grigi”. Vedremo perché questi due esempi, assolutamente casuali e lontanissimi da un “populismo arbitrale” del tipo “a quello permettono tutto”. Soprattutto poiché di base noi ci occupiamo di Eurolega e delle sue squadre, ma si tratta di situazioni tecniche veramente comuni a tutti i livelli.

La premessa deve essere chiara. Qui ad Eurodevotion teorie complottistiche, dietrologia e lacrimucce sui fischi a favore o contro non hanno diritto di cittadinanza. Qui non si tifa per nessuno se non per il gioco. Le lamentele varie le lasciamo ad altri e lo facciamo con un grande sorriso basandoci su quello che è un dato di fatto: il giorno in cui, oltre lamentarsi degli arbitri quando si perde, sentiremo o leggeremo di qualcuno che dirà apertamente «Abbiamo vinto grazie a dei fischi favorevoli ingiusti», beh allora con quell’interlocutore saremo felici di parlare di torti o favori. Non accadrà, non per volontà nostra.

Detto questo, resta palese che la pallacanestro sia uno sport difficilissimo da arbitrare. E lo sarà sempre di più perché fisicità ed atletismo crescono esponenzialmente col tempo ed i 28 metri restano quelli. La moltiplicazione della velocità e dei contatti rende la faccenda progressivamente più complicata. Se chi legge vuole divertirsi a trovare una teoria a sostegno di quanto diciamo, provate a fare un giochino semplicissimo. In una partita qualunque che non coinvolga la squadra per cui tifate, provate a separare almeno una ventina di pick and roll e di duelli sotto canestro tra centri. Ogni volta che la riguarderete, probabilmente come accaduto a noi, troverete una cosa diversa da fischiare. Auguri agli arbitri.

Tuttavia di arbitri si può e si deve parlare, come parte integrante del gioco. E si può farlo senza cercare del torbido, limitandosi a questioni puramente tecniche. Sono due quelle sulle quali vogliamo soffermarci.

Il blocco: tra movimento ed aggiustamenti

Il gioco è cambiato. Dopo lo show del Pana 2009 delle tre guardie Jasikevicius, Spanoulis e Diamantidis, con Batiste rollante eccelso, il mondo ha seguito Obradovic ed il pick and roll è diventato pane quotidiano, anche di chi aveva farina scadente.

Ora, in un’epoca tecnica in cui il 99% dei possessi inizia con un blocco, è ovvio che l’attenzione a quel movimento debba essere maniacale. Soprattutto perché anche il “re-pick” è all’ordine del giorno, così come tanti (troppi) attacchi ristagnano fino al segnale con cui il portatore di palla richiama un compagno, solitamente il lungo, per sparare le ultime cartucce offensive, in assenza di tagli (esistono ancora…?) e movimenti degli altri giocatori.

Che il p&r sia volto all’ottenimento di un vantaggio sulla base del quale si sviluppa tutta la trama offensiva è altrettanto evidente. Ebbene, dato che questo vantaggio è chiaro e così fondamentale, permettere al centro in questione di effettuare il blocco in movimento o di condirlo con vari aggiustamenti attraverso fianchi, gambe o spalle, è una nefandezza inaccettabile. Tanti, troppi, lunghi aggiustano di conseguenza, mentre è proprio più sul “re-pick” piuttosto che sul primo blocco che si vedono i poveri difensori stamparsi su un gigante che è tutto tranne che fermo. Ecco perché l’esempio di un Tavares, che gigantesco lo è appunto, al quale non può esser permesso di andare oltre i termini di regolamento nemmeno per mezzo secondo o per un leggero aggiustamento, perché ciò comporta un vantaggio scorretto per l’attacco che si riflette a pioggia sul resto del possesso. Una tripla aperta può arrivare anche solo e semplicemente per un’ancata permessa ad un colosso ad inizio azione. E tornando a a Gudaitis, è chiaro che un rollatore più dinamico che statico come il lituano, se ha il vantaggio di potersi muovere prima di aver completato il blocco, condiziona tutta l’azione in modo decisivo. Ripetiamo, solo esempi, niente dito, solo luna.

La disciplina regolamentare del blocco è cambiata quando è mutato il concetto di cilindro e non si è permesso più di eseguire con i gomiti. Tolto quello, se oggi permettiamo ancate, fiancate, sgambate eccessive e spostamenti del busto verso il difensore del palleggiatore, nonché spesso anche sulle uscite dei tiratori, il gioco non ha più senso tecnicamente.

Il fatto che la stragrande maggioranza di quei contatti venga fischiata alla difesa è umiliante per il gioco stesso.

E’ un fischio complicato, sempre mal digerito dai tifosi (avete mai visto un tifoso accettare il fischio di blocco in movimento al proprio centro?) ma se non si viene a capo di questa situazione con chiarimenti specifici a riguardo, che oggi mancano del tutto, resteremo sempre nel limbo dell’intrepretazione arbitrale, la cosa peggiore che si può fare per il gioco e per gli arbitri stessi, costretti a convivere senza principi saldi con un’azione che vedono ripetuta centinaia di volte in partita.

Il piede perno ed il passo zero

Che la modifica regolamentare relativa all’introduzione del passo zero fosse una porcheria totale, francamente lo sapevano anche i bambini. Che poi fosse volta a quel presunto spettacolo che sarebbe vedere un giocatore correre a cento all’ora  con la palla in mano per un più facile layup od una schiacciata, beh, questo può far piacere a chi apprezza l’All Star Game, ma non certo a chi ama il gioco.

In virtù di tutto ciò, seppur accettata e mal digerita la nuova regola, non credevamo che tale schifezza fosse poi, consapevolmente o meno, estesa al piede perno. Detto molto chiaramente, se si arriva e ci si arresta in un certo modo, è evidente quale sia quel perno. Un buon difensore, preparato e tecnico, a quel punto concentra la su attenzione su un lato del campo dove l’attaccante può partire più dinamicamente (sull’altro lato sarebbe prevista solo la partenza “stessa mano stesso piede”, molto meno aggressiva in termini atletici). Permettere a chi ha la palla di poter scegliere liberamente dove andare e come farlo è una follia contro ogni regola, che nulla ha a che fare con quel maledetto “passo zero”. la cui regolamentazione non ha fatto altro che sporcare il gioco e mandare in totale confusione gli arbitri, che non sanno più distinguere tra movimento dinamico o meno. Il tutto senza poi parlare del cosiddetto “step back” da tre punti, quello che ci associamo a Popovich nel definire «Quando fanno passi e poi tirano?».

Umiliare e svilire la tecnica di un difensore può mai esser considerata una concessione allo spettacolo? Per favore, jogging e podismo sono altro, e non prevedono la palla a spicchi in mano.

 

Serve chiarezza in entrambe le situazioni e serve subito, magari prima dei mondiali, dove di giocatori tecnici ce ne saranno tantissimi ed indicazioni precise potrebbero essere il primo passo verso un cambiamento nella direzione del gioco. Quello tecnico. Quello bello. L’unico che si chiama pallacanestro.

 

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