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Interviste

Alberto Bucci, un gigante del basket

Il ricordo di Toni Cappellari per un grande uomo prima che grande avversario

Il cordoglio per la scomparsa di Alberto Bucci è stato unanime. Chiunque lo abbia conosciuto, ci abbia lavorato insieme o abbia soltanto avuto modo di scambiare quattro parole con lui ne ha un meraviglioso ricordo. Persona schietta, trasparente ed incredibilmente innamorato della vita. Vita che per lui è stata la pallacanestro, da sempre.

Trascorsi quasi 10 giorni dalla scomparsa del Coach bolognese abbiamo chiesto a Toni Cappellari, che ha percorso una strada parallela a quella del grande Alberto, di raccontarci il Bucci allenatore ed avversario, attraverso qualche storia che non fosse nota ai più. Il ritratto che ne è emerso è sempre lo stesso: il grande uomo prima di tutto.

Toni, raccontami Alberto Bucci: da dove partiamo?

Certamente dalla Fortitudo di Lamberti e Parisini. L’ex oratorio diventa grande e con la società arriva il mito della “F”. Alberto nasce lì, poi inizia il suo giro d’Italia da Fabriano, dove il Presidente Valenti lo sceglie con grande competenza e lungimiranza. Fabriano era tanta roba nel nostro basket allora.

Quel giro d’Italia porta Bucci anche a  Livorno, tappa fondamentale sulla quale sono certo hai qualcosa da dirci…

Certamente, la finale, un incontro-scontro con Alberto che difficilmente si può dimenticare. I fatti li conoscono tutti, quello che magari non è noto è come si comportò Alberto dopo quel canestro. Fu signorile, perfetto e misurato come sempre. Avrebbe avuto tutti i diritti del mondo di protestare con forza, ma si dimostrò quello che era, un grande uomo di basket e non.

Ne avrete riparlato tante volte, immagino. Ne ricordi una in particolare?

L’estate seguente ci incontrammo ad un clinic, la gente attorno a noi si aspettava chissà che cosa, ma non ci fu null’altro che un fortissimo abbraccio. Non sarebbe certamente stata una partita  seppur decisiva come quella, a minare una sincera amicizia.

Il Bucci allenatore. Cosa ti impressionava maggiormente del suo modo di giocare?

La difesa, unica. Mascherava uomo e zona in modo esemplare. Non sapevi mai se avrebbe seguito un taglio o meno e questo mandava in tilt i sistemi avversari. Le sue vittorie sono nate da lì.

La Glaxo del 1991 fu uno dei suoi capolavori, forse il più grande. E ti diede un grande dispiacere in Coppa Italia. Che squadra era?

Fantastica e basata sui suoi principi tecnici. Chiaro che fosse una squadra che con la A2 non aveva nulla a che fare, la proprietà voleva subito la massima serie, ma giocavano proprio bene. Ci batterono a Bologna in finale grazie proprio a quelle difese incomprensibili. Noi con Mike in panca avevamo un grande attacco, ma Alberto fu magistrale nel fermare ognuna delle nostre migliori opzioni. Stavano in campo alla perfezione.

Poi ancora Virtus, tante vittorie e la capacità di diventare l’immagine vera e propria dell’essere “virtussino”…

Lui fu capace di essere fondamentale in ere differenti. Con Porelli, con Cazzola, con Sabatini ed ai giorni nostri. Incarnò trasversalmente il valore delle V nere. Questo lo fece entrare nella storia del club forse ancora più delle vittorie.

Chi è stato, per Toni Cappellari, l’uomo Bucci?

Alberto è stato il tipico bolognese con cui potevi parlare amabilmente di tutto, dai tortellini alla politica, non necessariamente solo di basket. Disponibile come pochi, in due parole un uomo vero.

Un’ultima cosa, vera e propria curiosità. In tanti anni in cui avete percorso strade parallele, vi è mai stato un momento in cui hai pensato di portarlo a Milano?

Assolutamente no e la ragione era semplice: Olimpia e Virtus vivevano grande rivalità ma c’era un rapporto di assoluto rispetto tra i due club. Si combatteva duramente sul campo, ma si riconosceva il valore dell’avversario. Non mi sarei mai permesso di provare una tale operazione senza il consenso della dirigenza virtussina. Anni prima, quando Dan passò a Milano, ci fu il permesso di Porelli. Allora le cose andavano così…

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