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AllenatoriSeason 2018/2019Turkish Airlines Euroleague

La storia di Georgios Bartzokas. Un grande coach e l’incomprensibile esonero del Khimki

Il settimo cambio di panchina durante la stagione 18/19 di Turkish Airlines Euroleague porta con sé una domanda lecita, logica e per certi versi assolutamente senza risposta plausibile: perché si esonera un coach come Georgiors Bartzokas?

Alla vigilia del 20mo turno di stagione regolare, delle otto squadre attualmente fuori dalla cosiddetta “Playoff picture”, ben sei hanno cambiato coach. Si salvano solo Simone Pianigiani a Milano e Sarunas Jasikevicius a Kaunas. Tra chi invece è nelle prime otto, solo Baskonia ha cambiato gestione tecnica. Ovvio che un ragionamento sugli eventuali benefici possa essere fatto più nel lungo termine, tuttavia è moda che credevamo più lontana da progetti, soprattutto per chi ha licenze pluriennali, che potessero avere più ampio respiro. Effettivamente, nel dettaglio, tra chi possiede contratti di lunga durata con l’organizzazione di Bertomeu, solo tre squadre hanno sinora cambiato: Pana, Maccabi ed appunto il Baskonia.

Tralasciando discorsi filosofici sull’opportunità o meno di cambiare allenatore, mi limito a tre considerazioni a riguardo. La prima è che nella maggior parte dei casi si tratti di soluzione di comodo per coprire errori gestionali della dirigenza. La seconda è che spesso anche la permanenza di alcuni coach su una panchina è solo un intestardirsi di certi dirigenti su scelte di allenatori che sono inadatti. La terza ed ultima è che benefici reali se ne vedono in bassa percentuale, soprattutto perché l’esonero arriva quasi sempre  a buoi ampiamente scappati.

Ed allora ho provato a capire, senza riuscirci assolutamente, come si possa allontanare un allenatore come il nativo di Atene, da sempre dichiaratosi tifoso dell’Olympiacos.

La carriera è esplicita. Giocatore del Maroussi dal 1981 al 1992, affermatosi come lungo atletico e grande rimbalzista, è costretto a ritirarsi giovanissimo, solo 27enne, dopo due gravi infortuni alle ginocchia. Si chiude una porta, si spalanca un portone…

Già da giocatore si dilettava ad allenare piccole squadre nella periferia nord di Atene, tra Pefki, Eraklio, Vrilissia e Kifissia, quindi il passaggio sul pino non fu certo un salto nel vuoto. Tre anni da assistente di Panagiotis Giannakis al Maroussi, dove ebbe il primo contatto con un giovane promettente dal nome di… Vassilis Spanoulis. La leggenda narra che prima del passaggio sulla panchina agisse praticamente da custode della palestra, anche se in realtà il suo ruolo era quello di manager della Aghios Thomas Hall.

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Il salto nel massimo torneo greco, da capo allenatore, arriva con l’Olympia Larissa (2006-09). Guai a dirgli che era un “rookie”, la risposta era chiara : «Sono anni che sto in panchina, a livelli minori, ma conosco il mestiere, nulla di completamente nuovo». E siccome il destino ha trame precise, il giovane coach qui fece un ottimo lavoro con un altrettanto giovane in prestito dall’Olympiacos, tale Georgios Printezis. Si rivedranno anche con lui.. Due playoff consecutivi in Grecia e la prima qualificazione ad un torneo continentale nella storia del club furono fatturato assai ragguardevole.

E’ però tempo di tornare a casa, ovvero Maroussi. Quella squadra si era guadagnata un posto alle qualificazioni di Eurolega, in cui seppe mettere dietro Aris ed Alba, assicurandosi un posto nelle 24 migliori. Stagione straordinaria e passaggio alla TOP 16, arrivando ad un tiro (ben due volte) dalla vittoria che alla fine mancherà per passare ai Playoff: nulla di sfiorato, è impresa memorabile. Coach of the Year greco nel 2010, grazie ad una pallacanestro efficiente ed anche spettacolare, la sua avventura volge al temine dopo le difficoltà finanziarie del club. Era stato così anche col Larissa.

Due anni al Panionios, team di giovanissimi assai sfacciati che arriva al terzo posto del 2012 ed il quadro è completo: la proprietà Olympiacos si innamora di lui per la sostituzione della panchina lasciata da Dusan Ivkovic dopo il trionfo in Eurolega alle F4 di Istanbul (2012).

L’inizio è durissimo. Le attese sono altissime. Il paragone con un “santone” come Ivkovic non può reggere ed ucciderebbe chiunque, così come i fischi del Pireo, ma il coach non molla e gestisce le cose al meglio. «Reagiamo alle difficoltà come una famiglia, siamo campioni uscenti, non dobbiamo cambiare molto. Lavoriamo insieme e ne verremo fuori». E così sarà.

Sotto di 15 durante la gara 5 di Playoff con l’Efes, arriva la rimonta ed il biglietto per Londra, dove sarà dominio. Assoluto, totale. CSKA tenuto a 52 punti in semifinale (ne metteva 86…) e Real devastato con 100 punti, anche qui dopo un deficit di 17 punti ad inizio gara. Quel dominio fa tornare in mente il Maccabi di quasi dieci anni prima, quello di Parker e Jasikevicius. «Non ho fatto nulla, mi son solo trovato al posto giusto nel momento giusto». E’ Bartzokas, umile, forse troppo, realista, come un coach deve essere, onesto con sé e con gli altri, come la vita richiede.

Una sconfitta col Pana in Coppa di Grecia ad inizio stagione 2013/14 è l’apparente causa del suo abbandono del Pireo. Non ne parlerà mai diffusamente, limitandosi ad un laconico «Bisogna cambiare ed andare avanti». Il bambino tifoso dei “reds” si toglie di mezzo, senza levarsi la maglia: quello non lo farà mai. La sofferenza è evidente ma resta dentro, la trasparenza ancor di più.

Luglio 2015, c’è la Firma con il Lokomotiv Kuban di Krasnodar: biennale. E’ la stagione dei miracoli, l’ennesima, quella dello spettacolare trio Malcolm Delaney, Chris Singleton, Anthony Randolph. Gara 5, ancora lei, come con l’Efes due anni prima, è quella che porta a Berlino, dopo un percorso incredibile. Anche se la vera impresa è il successo di gara 4 a Barcellona, in overtime. Sotto 2-1, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sui russi. «Abbiamo giocato seriamente, facendo quello che dovevamo e controllando il ritmo della gara come credevamo di dover fare. E’ questione di durezza mentale». Ancora una volta è un classico Bartzokas. I 28 punti di un Randolph stratosferico alzeranno il volume delle sirene spagnole.

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Berlino è onore e merito. Nulla si poteva fare più di un terzo posto, poiché la vera rivale era Vitoria, e così è stato. Troppo CSKA in semifinale, anche se l’orgoglio porta al meno 5 a 27″.

Il biennale russo viene superato da una montagna di €uro catalani: Barcellona non ha dimenticato la serie Playoff e vuole ripartire dal coach greco, dopo la fine dell’era Pascual. L’ambiente blaugrana non è pronto ad un passaggio epocale, si trascina senza saper gestire l’equilibrio tra cambiamento e vecchie glorie. La collezione di figurine non diventa una squadra, il coach soffre e da uomo di sport vero sente la responsabilità. Parla poco, come nella sua natura, ma soffre. Finisce male, 12-18 ed arrivederci.

Khimki è realtà assai solida ed emergente: l’uomo giusto è proprio quell’ex ala grande dalle ginocchia di cristallo. C’è una buona squadra, nulla di più, con un campionissimo, tanto grande quanto duro da gestire, anche per grandissimi coach in passato. L’equilibrio Shved-collettivo è l’ennesimo capolavoro di carriera. Il 16-14 di stagione regolare vuol dire Playoff ed ancora CSKA, come a Berlino. La serie, per dovere di cronaca anche a causa degli infortuni di Hines e De Colo che costeranno tanto, tutto a Belgrado, è combattutissima. Vi sono due casi arbitrali e regolamentari che finiscono agli onori delle cronache. Le tre sconfitte arrivano per un totale di 9 punti, i meriti sono tanti, come il rammarico. «Abbiamo dimostrato orgoglio, abbiamo perso contro la migliore squadra del torneo. E’ successo quel che è successo, con quel cambio, prima sì, poi no… E’ quello che è successo, ma siamo orgogliosi di aver portato i nostri tifosi con costanza a palazzo, ad un’ora da Khimki». Ancora una volta è il Bartzokas di sempre: signore prima di tutto, grande allenatore ormai da un decennio.

Ma il Khimki non ha licenza e l’Eurolega se la deve guadagnare. Farlo nel terribile formula russa, con le F4, è altra impresa memorabile, in un campionato che vale quello spagnolo e quello turco, tra i top continentali.

Nessuno mi toglie dalla mente che l’estate 2018 abbia segnato l’esperienza moscovita in maniera indelebile. La tragica morte di Tyler Honeycutt, giocatore straordinario ma soprattutto, a detta di chi lo conosce, ragazzo di sensibilità unica, uomo squadra a 360°. «Quando ho saputo non ho parlato per giorni, non ci sono parole». Per chi non ne spreca su faccende quotidiane, non c’è modo di commentare un accadimento simile. E l’uomo soffre, ancora una volta.

La squadra che inizia la stagione 2018/19 è scioccata. Lo si vede, lo si percepisce, se ne ha conferma da chi frequenta l’ambiente da vicino. TH è ancora lì, ma non c’è più. E Manca tantissimo anche in campo. 1-6 non è record da Khimki, le facce non sono da Khimki. Ma si lavora, come sempre, e si migliora. Arriva l’infortunio di Shved, sinora fuori per 10 gare. Il record in sua assenza è 4-6, quello dopo l’1-6 iniziale è 6-6, in piena rimonta Playoff.

Qualche giorno fa arriva l’esonero che fa saltare sulla sedia. Perché? Un coach tecnicamente molto preparato, che sa essere flessibile, basando il suo gioco sui canoni più moderni e che ha dimostrato, in carriera, di saper dialogare con campioni come Kill Bill, Printezis e Shved. Ha saputo costruire sistemi difensivi straordinari, è stato fondamentale nella crescita di atleti come Singleton, Delaney e Randolph, ha vinto e lo ha fatto al livello più alto. Fin dai primi passi come allenatore ha portato tutte le sue squadre all’eccellenza e questo è il punto chiave. Maroussi, Larissa, Panionios, Olympiacos, Kuban e Khimki hanno sempre fatto il massimo possibile, con la sola eccezione di Barcellona, avventura francamente poco significativa se consideriamo la tempesta del dopo Pascual, che solo oggi pare volgere al sereno.

Forse non sapremo mai le vere ragioni di questo inspiegabile esonero, di certo non lo sapremo da lui che, se interrogato, ci dirà un semplice «Si volta pagina, si cambia». Se fossi un dirigente di Eurolega, vorrei subito quelle ginocchia di cristallo a fare su e giù davanti alla mia panchina, con quelle grandi mani in eterna agitazione. Come sempre, ad indicare la via verso il livello più alto che si possa raggiungere.

 

 

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