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Jasmin Repesa e l’orgoglio di aver sempre fatto crescere i giocatori. «Torno in panchina solo per un progetto di pallacanestro vera»

La voce è la solita,  inconfondibile, così come quella cadenza  ritmata che negli anni avevo già imparato a conoscere bene, nei toni come nei significati più nascosti.

Il Jasmin Repesa  con cui cui ho conversato per un’ora abbondante e’ un uomo tranquillo  e realista, con il grande orgoglio di chi sa di avere costruito qualcosa di importante, in panchina come nella vita.

– Ciao Coach, come stai? Come si sta lontano dalla panchina?

Sto molto bene, devo dirti che mi manca un po’  l’adrenalina della partita e del lavoro in palestra, ma sono stato molto vicino al gioco, con tanti viaggi in giro per il mondo tenendo clinic per la FIBA. E’ stato molto bello parlare con coach giovani che volevano che condividessi con loro le tante esperienze della mia carriera.

 – Ci sono state tante voci, ma mai nulla di concreto. Che offerta ti deve arrivare per tornare ad allenare?

Tornerei solo per un progetto serio con idee vere di basket. Non mi interessa il budget, che oggi è la cosa principale per tutti. Vorrei costruire come ho sempre fatto. Lo dico con orgoglio, sono tra i pochi, con Vujosevic, in grado di aumentare quasi sempre la qualità dei giocatori che ho allenato. Mi piace vederli crescere col lavoro, è successo con tanti. Specialmente con i giovani. Senza un progetto simile non mi interessa tornare in panchina. Non ne ho bisogno, grazie al business che ho costruito anche fuori dal campo, quindi solo pallacanestro vera, altrimenti continuo con i miei impegni attuali.

– Tu puoi essere considerato il classico esempio di cittadino del mondo: 20 titoli di cui 10 campionati tra Croazia, Turchia ed Italia, 103 W e 109 L in Eurolega (il record era 92-80 prima di Milano). Ti è mancato il fatto di non sedersi in carriera sulla panchina di una grande, magari per poter provare a lottare proprio per l’Eurolega?

Non piango di certo. Si poteva fare meglio, ma anche peggio. La finale con la Fortitudo a Tel Aviv è motivo di grandissimo orgoglio. Abbiamo perso mettendo in campo una squadra di giovanissimi come Belinelli, Mancinelli, Lorbek, lo stesso Deflino aveva solo 22 anni,  contro quel Maccabi che è tra le più grandi di sempre in Eurolega, coi suoi Jasi, Blu, Parker, Vujicic, Baston, Sharp… Per me quella finale vale come un titolo. Se devo avere un rimpianto è legato al 2006, quando firmai un precontratto con il Real Madrid, che non ebbe seguito perché allenavo la Nazionale croata e la regola non permetteva il part-time con la liga. Sai, alla nazionale non si può dire di no.

 

repesa final 4 tel aviv

– Un giorno mi hai raccontato dell’ “incoronazione” quando tornasti a Bologna. Potevo leggere nelle tue parole l’emozione grandissima e l’onore. Le tue parole precise furono: «Mi chiedevo perché a me e non ad altri… E’ stata emozione tra le più grandi non della carriera ma della vita». Quindi, mettiamo che la “F” torni in serie A e chiami Repesa: cosa fai tu?

Sai, non voglio assolutamente disturbare. Io tifo per loro, li seguo, stanno facendo bene, devono tornare in A perché loro hanno bisogno del massimo campionato ed il campionato ha bisogno di loro. E poi il coach è un mio ex assistente che conosco bene: ripeto, tifo per loro e basta.

repesa incoronazione

– Restando in tema Fortitudo, vorrei un parere su Milos Vujanic, per me uno che avrebbe potuto diventare un fenomeno assoluto, tra i più grandi. Cosa mi dici a riguardo?

Giocatore e ragazzo straordinario. Un vero peccato per quei due infortuni che ne hanno causato il ritiro.

 – In un modo o nell’altro le esperienze italiane hanno segnato moltissimo la tua carriera…

Ci tengo a dire che in Italia, oltre Bologna,  sono stato benissimo anche a Roma con quella semifinale e finale, molto bene a Treviso, dove però purtroppo  si capiva che si andava verso la fine. Mi dispiace per Milano, dove ero molto determinato ed ottimista. Dopo la Coppa Italia, vinta a distanza di 20 anni dalla precedente, c’erano già cose che non andavano come volevo. Un vero peccato, ma voglio bene a loro, resto un tifoso.

– Passiamo all’Eurolega di oggi. Come giudichi il livello tecnico? E’ al meglio di sempre?

No, ci sono stati tempi migliori tecnicamente, per una ragione precisa. Una volta l’80% delle squadre si comportavano come fanno oggi Real, CSKA e Fenerbahce, cambiando solo 2/3 giocatori e mantenendo un nucleo, possibilmente nazionale, intatto ed importante che doveva crescere nel tempo. Oggi l’80% delle squadre fa il contrario ed i risultati si vedono. 4 cambi di allenatore dopo sole 11 partite: ma qualcuno pensava forse che ad esempio Gran Canaria o Darussafaka potessero fare meglio di così? Lo sapevano anche loro, però cambiano allenatore… Guarda il Fenerbahce, cambia poco e Zeljko dà la sua impronta. C’è un progetto che ha saputo sopportare anche la perdita di Udoh e Bogdanovic restando ad alto livello tecnico. Restando all’Italia, quanti giocatori cambiavano l’Olimpia degli anni ’80, la Kinder, piuttosto che la Benetton e la Fortitudo vincenti? Spesso penso che l’allenatore non serva nemmeno. Tanto c’è il direttore sportivo, diventato molto più importante… E non mi parlate di budget, perché se costruisci giochi bene e puoi andare oltre i limiti del budget.

– Entriamo nel dettaglio tecnico e parliamo di “pick and roll”. Tutti lo fanno, taluni fanno solo quello. Ricordo che un giorno mi dicesti che «per competere in Eurolega non poteva bastare». Lo confermi?

Sai da quando si fa così tanto? Da quando Zele aveva i tre migliori interpreti di sempre, con Spanoulis, Diamantidis e Jasikevicius nella stessa squadra (Panathinaikos). Lui lo capì ed aprì il campo con due “strech 4” come Fotsis ed Alvertis, nonché un centro perfetto per il sistema come Batiste. Tanti l’hanno copiato senza capire che non avevano i giocatori…Guarda Zeljko oggi, gioca molto diverso, perché lui capisce il gioco. Fa “p&r”, ovvio, ma dà tanta palla dentro o in post basso, e non solo per i centri, perché ci vanno Datome, Kalinic, Melli. Poi ci sono tante uscite per i tiratori. Confermo quello che ti dissi: ci vuole molto di più che il solo “p&r”.

– Se parliamo di difesa, è possibile che utilizzandolo tutti e conoscendolo tutti, si vedano così tanti canestri facili sul semplice “p&r” centrale?

Oggi si cercano lunghi più atletici e con “footwork” migliore: lo richiedono i ritmi di gioco ed i 24” che hanno cambiato molto. Si cercano giocatori per giocare la cosidetta “switching defense”. Ricordi il Fenerbahce di Udoh e Vesely campione? Quando cambiavano, per l’attaccante con la palla era più dura affrontare il lungo che il suo pari ruolo. Ed era così con Udoh come poi lo è stato altrove con gente come Birch od è ancor oggi, da tempo, con Hines. Ed aggiungo che sotto canestro non c’era mismatch perché con la rotazione del 3 o del 4 l’effetto di vantaggio fisico era pressochè annullato, o almeno limitatissimo. Difesa di squadra partendo dalla difesa dei singoli. Il secondo cambio è la chiave della difesa sul “p&r”.

– Può essere che si difenda male anche perché vengono permessi troppi blocchi in movimento ai lunghi?

Sono d’accordo, ma aggiungo che nella maggior parte dei casi il blocco in movimento è responsabilità del palleggiatore che detta tempi sbagliati e non li rispetta. Se non sa avviare l’azione sul lato opposto a quello della direzione del gioco, il lungo arriva prima o dopo e si causa l’aggiustamento del blocco con ulteriore movimento. Anche questo fa parte delle tante letture che servono nel “p&r”. Ci vuole tempo, lavoro, meccanismi e fiducia. Tutte cose che si acquisiscono col tempo e diventano meccanismi vincenti se allenati. Ecco, bisogna allenare e le società devono lasciare il tempo agli allenatori di svolgere il loro lavoro.

– Qual è la squadra che gioca meglio?

 Per continuità tecnica ad alto livello è il Fenerbahce. Anche lo Zalgiris continua a giocare bene. Alcune delle 4 sconfitte di inizio stagione avrebbero potuto essere vittorie, con le quali sarebbe già stato in quota Playoff. Ma gioca bene.

– Il giocatore che vorresti allenare, tra quelli meno sulla bocca di tutti?

Vincent Poirier. Aggressivo, atletico, dinamico e con grande spirito.

 – A proposito, chi fa le Final 4 e chi vince il trofeo?

 E’ difficile, ma credo che non si esca dal terzetto delle grandi: Fenerbahce, Real e CSKA.

 – Quel terzetto molti credono che possa diventare quartetto con l’inserimento dell’Olympiacos di David Blatt. Vedi delle similitudini possibili con il Maccabi dei miracoli campione nel 2014?

No, assolutamente no.Si tratta dello stesso grande Coach, ma deve affrontare un situazione diversa tecnicamente, coi due leader, Spanoulis e Printezis, che non sono più giovani.

 – A proposito di giovani, vi sono tanti coach, alcuni assai emergenti, poi però ci guardiamo in giro e vediamo che in Eurolega domina sempre Zeljko, che Pesic ha risollevato un Barça in crisi e che anche in un campionato come quello italiano sta volando la squadra allenata da Caja. Tutti allenatori che vengono dagli anni ’90. Sta lentamente tornando quel tipo di gioco?

Allenare è un lavoro dove l’esperienza conta moltissimo. Io ho avuto la fortuna di iniziare giovanissimo, ma per farlo ci vuole dietro una società forte che protegga ed appoggi il lavoro del giovane coach, altrimenti è impossibile. Poi vi sono oggi situazioni in cui le squadre vengono affidate a coach alle prime armi, mentre stanno a guardare quelli di grande esperienza. Per me è un errore che poi pagano le società stesse. E’ un rischio che tanti non sanno gestire, per le ragioni di cui sopra. Sono molto d’accordo, invece, sul fatto che si affidi il ruolo di capo allenatore a chi ha quell’esperienza, circondato da uno staff di giovani che abbiano un ruolo importante ad esempio in allenamento, gestendo diverse cose come tanti esercizi etc. Questo è un bel modello organizzativo.

– Tornando a quel basket anni ’90, stai per caso notando un ritorno al secondo lungo più interno, a discapito dell’ormai famoso “4 perimetrale”?

L’ideale sarebbe averli entrambi per poter cambiare ritmo e tecnica in partita. Ne nascono due sistemi di gioco molto differenti per “timing e spacing”. Però, in tal caso, bisogna avere il tempo di lavorare su tanti dettagli, trovare l’intesa e crescere col tempo. Tutte cose che necessitano di tanto, tanto allenamento.

– Si dibatte sul tiro da tre punti e Popovic ha detto di odiarlo. Come ti poni di fronte alla questione?

Problema che mi affascina molto poco. Importante è giocare bene. Che si tiri da due o da tre. E chi gioca bene non tira solo da tre, perché non esiste nessuno che vince tirando solo da tre.

– Abbiamo solo accennato a Milano ed al tuo disappunto per un’avventura che avresti voluto diversa, però qualcosa sulla squadra attuale me la potresti dire…

Ti confermo solo che tifo per loro e che se giocano come ad inizio anno possono fare i Playoff. Devono farli.

Una curiosità sui coach italiani, tralasciando i “big” che allenano all’estero. Ce n’è qualcuno che ti piace particolarmente?

Siccome guardo tutto, ti dico che Marco Ramondino fa giocare le sue squadre proprio bene. Mi piace molto.

– Tuo figlio Dino è al primo incarico da capo allenatore a Praga. Come sta andando  e, soprattutto, quanti sono i consigli che chiede a papà e quanti sono quelli che gli dai?

Sta facendo bene, un gruppo di giovani allenato dall’allenatore più giovane d’Europa, coi suoi 26 anni. Un progetto che coinvolge quei giovani anche in ottica nazionale.Mi chiede diverse cose, io guardo e dò i miei consigli, ma poi, giustamente, fa di testa sua. Ha una grande etica di lavoro, che orgogliosamente posso dire gli abbia trasmesso la sua famiglia e questo non può che fare bene. Parla 6 lingue, quindi può essere diretto con tutti, è un bel vantaggio. Poi magari il fatto di essere troppo ben educato e gentile  non è detto che sia un vantaggio per questo lavoro… (ndr risata sarcastica)

Amore per la tecnica del gioco, tanto orgoglio, idee molto chiare ed una sana dose di realismo: il Jasmin che conoscevo si conferma.

Sassolini da togliere? Assolutamente no, quelli forse fanno più male a chi li ha nascosti nelle scarpe altrui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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