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Viaggio nell’Eurolega di oggi con Coach Ataman. Tra Obradovic, Messina, Pianigiani e… Banchi.

In occasione della trasferta milanese della scorsa settimana del suo Efes, abbiamo avuto il piacere di incontrare Coach Ataman il mattino precedente la gara.

L’uomo che ci riceve è rilassato, disponibile ed decisamente equilibrato tra la positività di un buon momento e la consapevolezza di quanto sia duro il cammino europeo, nonché nazionale, della squadra che sta provando a riportare in alto.

L’Eurolega è tanto bella quanto spietata, senza un’adeguata preseason diventa quasi impossibile. Le nazionali, le scorie della stagione precedente, il mercato in movimento sino all’ultimo: tutti fattori che possono determinare tanto. Partiamo proprio da lì, da quell’Ergin Ataman che a luglio ci aveva detto di aver bisogno di una buona preparazione per garantire un Efes competitivo.

« Il mio basket crede nella chimica di squadra, non è complesso ma ha bisogno di definire bene i ruoli. Abbiamo giocato 13/14 amichevoli di cui 6/6 di alto livello. Questo è buono e può aiutarci a superare il problema del ritardo di inserimento di Shane Larkin, arrivato 3 settimane dopo gli altri. Ma è solo questione di tempo. Pensa che poi, ad esempio, proprio parlando di nazionali, Micic e Balbay sono arrivati in piena forma dopo la finestra, e quindi le rotazioni si sono indirizzate in un certo modo».

Incontrare Simone Pianigiani è poi un viaggio indietro nel tempo, quando il coach senese fu assistente di Ataman.

« Filosofia e strategia simile, con solo differenze di approccio offensivo. Io più controllato, Simone più propenso ad una transizione che possa trovare la miglior conclusione anche subito».

E se si parla di allenatori, di Pianigiani in particolare, la domanda è scontata: è coach che appartiene all’alto livello europeo?

« Sì, senza dubbio. Lo dicono i suoi risultati, la sua carriera».

Ok Pianigiani, ma non possiamo non toccare il tasto Obradovic. Rapporti recentemente tesi, una rivalità che cresce, parole spesso anche pesanti. A che punto siete?

«Tutto chiarito, ognuno al suo posto. Io riconosco il valore notevole di Zeljko e quello che sta facendo per portare più in alto il basket turco. E’ sempre stato il mio idolo ad inizio carriera e poi c’è questa rivalità che è bella. Io amo giocare conto i migliori, quando posso farlo almeno ad armi pari. Spesso non è stato così, quando succede è bellissimo».

Ed intanto hai detto «Continueremo a giocare e vincere contro il Fenerbahce..» (ndr La piccola maledizione Efes si è conclusa per il Fenerbahce lunedì scorso in campionato, dopo un overtime…)

«Classico messaggio motivazionale. In Europa credo che nessuno abbia un striscia vincente di tre gare contro la squadra di Obradovic. Deve essere stimolo per i miei a voler sempre batter i migliori».

Ma tornando al discorso coach in generale, non posso non chiederti chi è il migliore di tutti. Oggi ce ne sono diversi di altissimo livello in Europa, un nome su tutti?

« Se penso al coach che avrei voluto essere, se penso al modo di allenare, alla tecnica ed alla carriera ti dico un nome solo ed è quello di Ettore Messina, per me il numero uno assoluto. Quello che ha fatto in Italia, in Europa e poi a San Antonio come vice di Popovich è straordinario. Non era facile, ha dimostrato di essere il top».

Quindi la NBA, che hai visitato a lungo nella scorsa stagione prima di tornare all’Efeso, resta un tuo sogno?

«Ho solo 52 anni, perché no? Mi piacerebbe un ruolo proprio come quello di Ettore».

Tra quelli emergenti, qualcuno che ti intriga più di altri?

«Non saprei, di certo Jasikevicius sta facendo giocare lo Zalgiris molto bene, ma è già qualcosa di più di un emergente. Mi piace il loro gioco. Tra gli altri, fuori dall’Eurolega, amo molto Luca Banchi, perché è uno straordinario allenatore in palestra, la parte del nostro lavoro che mai di più».

Chiusa la parentesi americana,  torniamo da noi e parliamo di campionati nazionali. Spesso dura conciliare lo sforzo europeo con le gare in patria. Recentemente avete perso una brutta gara casalinga  con Sakarya. Mi spieghi le ragioni di queste difficoltà che valgono un po’ per tutti ed ancora di più per chi gioca tornei competitivi come Spagna, Turchia e Russia?

«Una su tutte, i viaggi. Sono quelli che ci uccidono, molto più dello sforzo in campo. Ed allora accade che poi giochi una gara di campionato mentalmente poco pronto. Responsabilità mia, dobbiamo essere al top anche lì. Nessuno ci regala nulla».

Tra le tante cose di cui si parla in Eurolega c’è sempre il discorso budget, assai differente tra alcuni club e gli altri. Tassazione diversa, talvolta, ed investimenti che portano a costruzioni di roster che variano molto da un club all’altro. Voi siete andati un po’ in controtendenza con le difficoltà economiche turche, spendendo molto…

« L’Efes appartiene ad un delle più grandi holding del paese, siamo fortunati da questo punto di vista. Un gruppo serio e solido.Abbiamo aumento il budget del 25-30%, da 7,5 a circa 10 milioni netti. Non è tantissimo ma è molto ragionevole, tuttavia assai ridotto rispetto agli anni dei vari Saric etc quando quella cifra era quasi doppia. L’anno scorso il budget medio netto delle 16 di Eurolega era di 12 milioni, quello delle squadre che hanno fatto i Playoff era di 17 milioni. Bisognava decidere se attrezzarsi per provare a fare i Playoff o meno. Lo abbiamo fatto. Oggi io non posso dire che lotteremo per le F4, sarebbe poco corretto, ma posso dire con certezza che saremo competitivi nella lotta PO».

Quindi queste grandi differenze di possibilità finanziarie come possono essere gestite dall’organizzazione del torneo?

«Credo si debba alzare l’impegno minimo economico delle partecipanti. Se non puoi spendere almeno la cifra X, e quindi assicurarti un roster che possa competere, non puoi fare questo torneo. Questo può non piacere in generale, ma è di certo la miglior garanzia di un torneo più equilibrato, senza squadra battute in partenza».

Coach so che ami l’Italia e conservi grandi ricordi dell’esperienza senese. Sai che Livio Proli, presidente Olimpia, un giorno mi disse che Ergin Ataman era uno dei coach che stimava di più?

« Non lo sapevo…(risata) Sono contento di questo attestato di stima, ma non ho mai ricevuto nessuna chiamata anche nelle stagioni in cui non ero sotto contratto… (altra risata divertita). Sai, io non sono uno di quelli che si offre chiamando i club. Se mi cercano Ok, altrimenti sto alla finestra».

Ti ritrovi nella definizione di Coach “sognatore”, che ha perso qualche occasione nella vita professionale per aver scelto il proprio paese? In fondo sei stato il primo allenatore turco a vincere all’estero…

«Non smetto di sognare, come ti ho detto ho solo 52 anni. Ho vinto 17 coppe, di cui solo 3 all’estero, 2 Eurocup ed un Eurochallenge, c’è ancora tempo. Di certo se nei primi anni del nuovo millennio, dopo Siena, avessi fatto qualche altra scelta, magari ci sarebbe qualcosa di più, e di importante nella mia bacheca. C’era Bologna, ne avevamo già parlato, ma poi la Virtus finì male ed io ricevetti un’ottima offerta dall’Ulker ».

 

 

 

 

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