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L’Olimpia vince una battaglia ma il Khimki, per la guerra, c’è

Dopo una settimana da vertigini, in cui te la giochi col Real e stravinci al Pireo, un turno come quello di ieri sera era molto più che un tranello per l’Olimpia. Caderci era un attimo, soprattutto di fronte ad un avversario come il Khimki, con un record di 0-3 entrando nella gara, ferito da almeno due verdetti che non rendono giustizia alla prestazione. Milano gioca decisamente meno bene, spesso male, rispetto alle gare precedenti, tuttavia vince e questo è il vero passo avanti di squadra.

Inutile riferirsi a tante banalità sulla stagione precedente: questa squadra è nettamente più forte perché ha giocatori nettamente più forti nei ruoli decisivi, uno su tutti, quel Mike James che a queste latitudini è fenomeno vero, tanto da riuscire a portare a casa una W importantissima anche in assenza del suo scudiero Nemanja Nedovic.

I 5 punti di Eurodevotion, l’abitudine di Eurolega.

  • Mike James. Ancora una volta non si può che partire da lui. Si rischia di essere ripetitivi, ma se si vuole analizzare una gara come questa non si può che iniziare e finire con lui. E si può stare lontanissimi dai numeri, peraltro interessanti più che nei punti, nel numero degli assist. E’ la qualità che impressiona, per come la stella di Portland sa essere acceleratore di opportunità per i compagni. Quel mezzo secondo che è cuore e polmoni del gioco, nel quale lui è avanti agli altri. Forza qualcosa? Sì, ma se non lo avesse fatto probabilmente qualche compagno avrebbe tormentato il pallone a colpi di palleggi e timide, infantili letture offensive.
  • Le giocate decisive, nell’arco della gara, sono di Gudaitis e Kuzminskas. Quelle piccole grandi cose che fanno tutta la differenza del mondo, quei palloni recuperati sotto le plance che danno un respiro in più. Sono i dettagli di cui si nutre l’Eurolega, come ogni grande competizione. Discorso a parte per Dairis Bertans, che è giocatore straordinario: limitarne le definizioni a “tiratore” è francamente esercizio poco cestistico. Sa fare mille cose, emerge visivamente e statisticamente per quel tiro dall’arco (nel suo caso sinfonico) che spesso trae in inganno nella valutazione del gioco, impoverendolo a tendone del circo. Bertans è molto di più, la Lettonia insegna.
  • Il Khimki è una squadra vera e lo dimostrerà, sebbene 0-4 ora richieda ben più di una rincorsa difficile. Qualche miracolo Bartzokas dovrà crearlo, ma è coach che ha anche vinto questo torneo, quindi la fiducia è totale. Dettaglio che non deve sfuggire: fuori Zubkov, Prather ed un certo Anthony Gill, giudicare sarebbe estremamente scorretto. Jordan Mickey spara una prova da 26 +7, al primo acuto stagionale degno delle sue potenzialità. A 24 anni, se deciderà che l’Europa è la sua futura casa, ne diventerà un possibile dominatore dalle parti del ferro, dove però lo attendevo decisamente più “ingombrante”, lacuna superata da un’esplosività importante.
  • Milano, si diceva, vince giocando a tratti veramente male e questo è enorme merito. Ma siccome valutare la prestazione è sempre molto più importante di una W ed una L, allora è bene sottolineare come sul “pick and roll” centrale si vada sotto in modo clamoroso, vedi appunto la prova di Mickey. Il problema è che la prima rotazione è sempre inefficace, se non dannosa. Non è la prima volta che accade, è il lato del gioco su cui lavorare di più. Su Shved è stata scelta: provare a toglierlo dalla partita. Il coach che vince ha ragione, sempre…
  • La qualità della gara è stata decisamente bassa. Accade, direi molto più spesso del passato,  quest’anno in Eurolega. L’ultimo quarto è un prontuario di tutto quanto non bisogna fare in campo, equamente diviso tra le due squadre, fino alla follia finale di Jordan Mickey che regala il successo a Milano. Una serie di possibilità mancate da entrambe le parti che trascina la gara al giusto epilogo, quello appunto in cui è un ulteriore errore dell’una a consegnarla all’altra,  il facile tap-in mancato dal vecchio campione Monia sulla sirena. Vi si adeguano gli arbitri, decisamente fuori forma, senza sbilanciarsi né di qua né di là, semplicemente fischiando male.

Nota  parte per una delle cose più inaccettabili che possano accadere in una gara di una competizione di questo livello, quasi quanto l’oscenità estetica (meno male che la proprietà milanese è icona di stile, altrimenti si sarebbe tirato su un muro?!) della muraglia di plexiglass che accompagna un lato del campo, in piena controtendenza con il mondo intero dello sport. A fine primo quarto, entra in campo Stefan Markovic, che se non lo riconosci è meglio seguire altro… Peccato che si palesi con la maglia di Vialtsev, col numero 6. Ma è mai possibile che nessuno se ne accorga, con staff  di ormai 327 persone? Non si riconosce uno che è dai tempi dell’Hemofarm Vrsac che la spiega egregiamente in tutta Europa, nonché nel mondo con una nazionale con cui ha vinto medaglie ovunque? Su chi stava difendendo Milano? Passano due minuti, torna in panca e getta la maglia nr 6 per rimettersi la sua. Il capo arbitro Matej Boltauzer si confronta ben nascosto coi colleghi, si parla di nr 6 e nr 9 e la si chiude con un gesto eloquente del tipo “non si è accorto nessuno”. Non serve commentare ulteriormente, scena difficile da vedere anche nel CSI.

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