opinioni

Sacchetti, Gallinari, Belinelli ed una sola domanda: perché manca un dirigente?

Mancano tre giorni alla prima delle due gare che potrebbero permettere alla nazionale italiana di fare un passo importantissimo verso la qualificazione ai Mondiali del 2019 ed il cielo sopra gli azzurri è tutto tranne che… azzurro.     

La storia è nota, inutile ripercorrerne le tappe: prima Danilo Gallinari, poi Marco Belinelli, hanno detto no alla finestra FIBA di questo settembre, dopo aver saltato anche quella di inizio estate. Vi è stato invece il ritorno di Nick Melli e capitan Datome, come da programma. Messaggi abbastanza “piccati” tra giocatori e coach a mezzo stampa e situazione ben poco costruttiva. Agli occhi dell’osservatore esterno, come minimo si è capito ben poco.

E da lì sono nate polemiche ed una ridda di voci incontrollate che sono andate dal più classico dei “traditori”, per i due atleti NBA, fino al “fuori controllo” per il coach. Non è stato zitto nessuno, trovando terreno fertile per sfogare frustrazioni da tifo becero e dare voce alle più acerrime antipatie, ben poco sportive. “Hashtag” personalizzati , insulti, commenti senza conoscere e così via: tutto quello di cui questa nazionale non aveva alcun bisogno, impegnata nella rincorsa ad una partecipazione mondiale che manca dal 2006. Si tifa Milano, quindi si insulta Meo, perché quel “triplete” non sarà mai digerito, si tifa Sassari, o comunque contro Milano, ed allora via all’assalto al Gallo: ma è possibile? Poi, tra l’altro arrivano le parole di Belinelli, che scompaginano un po’ il quadro: adesso chi si può insultare? Nel dubbio c’è sempre Petrucci, che come obiettivo non manca mai.

Tutto terribile, inaccettabile in un’accezione sportiva, aggravato in modo estremo dall’assordante silenzio della FIP, fatta salva un’intervista del Presidente che annunciava di farsi carico del problema e della sua gestione (risoluzione).

Perché questo disastro gestionale? E’ molto semplice. Nella nostra pallacanestro, a partire da quella dei club per arrivare a quella della squadra nazionale, mancano totalmente dirigenti capaci, competenti e dalla personalità spiccata. Quelli bravi, perché ce ne sono, si limitano ad occuparsi della propria causa, facendo egregiamente crescere il proprio orto, senza alcun coinvolgimento più globale. E la favola del coach-manager prende corpo, esattamente come nei club. Una favola, appunto.

«In Italia manca il senso del bene comune, del fare tutti un passo indietro per farne insieme due avanti». Sono parole che ci ha rilasciato pochi giorni fa Ettore Messina, per chi scrive il numero uno della pallacanestro italiana insieme a Maurizio Gherardini: c’è qualcosa di più giusto o più vero?

Lungi dal voler prendere posizione in un senso o nell’altro (peraltro la stima verso la persona Meo Sacchetti rischierebbe di influenzare l’eventuale giudizio), anche perché non se ne vede un senso, si può però valutare l’accaduto sulla base di alcuni semplici dati di fatto.

Guardando indietro, i casi inquietanti sono parte integrante di tutte le ultime estati azzurre. Il pugno del Gallo, il tormentato preolimpico torinese, la fuga di Daniel Hackett: mai che si possa stare sotto l’ombrellone a leggersi un libro in santa pace aspettando di vedere in campo la nazionale. E questo spiace, tantissimo, perché in un campionato di cui alcune delle ultime edizioni sono state veramente miserrime, infarcito di tanti brocchi stranieri senza senso e purtroppo totalmente orfano di campioni italiani da trasformare in idoli, la nazionale trova tanto consenso e diventa rifugio per tantissimi appassionati. Ci si riunisce sotto il simbolo azzurro, si torna a quel basket dai valori italici che ci ha fatto sognare, da Nantes a Parigi, per giungere ad Atene: basket vero, campioni veri, tifo sano.

Quindi si può discutere tranquillamente sul perché Gallinari abbia un filo perso la bussola in certe dichiarazioni («Senza infortuni sarei stato a livello di Westbrook e Rose nel 2008»…), nel pugno della scorsa stagione, così come si può riflettere sul fatto del perché Meo sia stato così loquace, duro e diretto, pensando che magari un maggior silenzio avrebbe fatto solo bene a tutti. E’ lecito, come è lecito capire l’incazzatura a mezzo stampa di Belinelli. Anche perché, a dirla tutta, i colloqui ci sono evidentemente stati tra le persone implicate e se qualcuno di essi sta “ciurlando nel manico”, per dirla alla milanese, non possiamo certo essere noi, estranei a tali colloqui, a dirlo. E malgrado se ne siano lette di ogni, ipotizzare questo o quello è esercizio tanto inutile quanto inadatto alla faccenda. Poi ognuno si tenga le opinioni sulle persone, quando le conosca realmente, come è corretto e normale che sia.

Ma da un sistema che sostanzialmente tiene in disparte un “hall of famer” come Sandro Gamba da 5 lustri, che non coinvolge menti come Valerio Bianchini, che è rimasto sordo al grido di dolore di Charly Recalcati dopo il 2004 ateniese, cosa potevamo attenderci? Poco in realtà, ma non sarebbe complicato capire che ci vuole un dirigente di raccordo che gestisca i rapporti coi giocatori, che si occupi dei loro impegni internazionali, che abbia il profilo per farsi una chiacchierata coi Clippers o gli Spurs di turno, che trasmetta un messaggio azzurro reale e concreto, facendolo tra quattro mura e non a colpi di interviste e polemiche più o meno social. Un uomo di basket, un uomo di esperienza, un uomo di logica e concretezza. Chi? Suvvia, ce n’è da far bene, a cercare tra i colpevolmente dimenticati… Di certo non può esserlo il presidente federale, che, criticabile o meno, deve fare ben altro e non è uomo di raccordo col il campo.

Ed allora non avremo più un coach che deve rispondere di situazioni  non di sua competenza, non avremmo giocatori che, anche quando prendono decisioni logiche per la loro carriera al pari di quelle dei colleghi stranieri, come possono essere quelle degli atleti coinvolti, debbano rispondere a mezzo stampa senza avere un appoggio. Niente “fuori controllo” e niente “traditori”, perché sono etichette senza senso, senza logica e, soprattutto senza alcun fondo di verità.

Non è difficile essere una Serbia o una Spagna, almeno a livello federale. Lo è già abbastanza, se non impossibile, esserlo in campo. Altrimenti ha ragione Danilovic con quel suo discorsino agli ultimi europei sui budget delle rispettive federazioni… Di certo, nel frattempo, ha tutte le ragioni del mondo Ettore Messina e quel suo pensiero sul senso del bene comune. Che non esiste.

 

Un commento

  1. Hai perfettamente ragione, abbiamo un presidente che vale come il due di picche! E non è che Meneghin prima, sia stato molto meglio! E poi magari a tutti quelli che amano la nazionale, come me, magari riuscissero a vederla in chiaro su mamma Rai, come tutte le altre squadre azzurre :calcio, volley, ciclismo, tennis ecc. Sarebbe bello, anche per promuovere il basket e non solo per i giovani!

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