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Ettore Messina: In Italia manca il senso del bene comune. Mi rivedo un po’ in Buscaglia

Ettore Messina vuol semplicemente dire pallacanestro.

59enne  a fine mese, rappresenta l’eccellenza cestistica del nostro paese nel mondo e lo fa ormai da quasi tre decadi che ne certificano, senza dubbio alcuno, la presenza nel ristrettissimo club dei 5 migliori allenatori italiani di sempre.

Conversare di basket con Ettore è un piacere e noi di Eurodevotion siamo estremamente onorati di averlo potuto fare spaziando dall’Eurolega ad un po’ di storia del gioco, trattandone temi e personaggi tra i più importanti.

– Coach, guardiamo indietro ma anche verso il futuro, con gli occhi al cielo come il nostro gioco richiede: Bologna, Treviso, Mosca, Madrid, i Lakers, gli Spurs e la Nazionale. Dopo 29 titoli in 29 anni, di cui gli ultimi 5 passati al fianco di un uomo ed un allenatore come Popovich, che cosa vuole ancora dare e ricevere dalla pallacanestro Ettore Messina?

Non ti nascondo che mi piacerebbe allenare qui in NBA, ma se non accadesse non sarebbe certo un dramma. Sono sereno a riguardo. Quello che vorrei è continuare a poter scegliere, come ho fatto sino ad oggi.

– Nessuno più di te può descriverci la reale differenza del gioco NBA rispetto a quello europeo, tenendo conto di quanto la nuova formula di Eurolega si avvicini a quella americana…

La differenza base è di atletismo e ritmo. E’ altrettanto vero che oggi l’Eurolega ha 30 gare dal peso specifico notevole: ne perdi due o tre e rischi di far passare qualche treno importante. In NBA c’è un carico inferiore sulle singole gare di stagione regolare.  Ti aggiungo, a livello di differenze, che sempre qui da noi siamo più avanti nel gestire i carichi di lavoro anche psicologici dei singoli giocatori. Vi sono team specializzati sul corpo e sulla mente degli atleti che li studiano scientificamente, esattamente come facciamo con le cose di campo come un “pick and roll” etc. Si studia la performance in modo straordinario. In Europa i team più all’avanguardia stanno cominciando a lavorare in questo senso.

– La tua Eurolega e quella di oggi. Si tratta sempre di eccellenza, ma ritieni che il livello sia oggi più alto o vi siano solo differenze dovute ai cambiamenti del gioco?

Il livello è alto, trattandosi del secondo torneo al mondo. Di base vi è la differenza nel potere economico, anche delle grandi d’Europa, che non possono competere su certe cifre  perfino con giocatori di medio livello NBA. I “two way” e la G-League sono spesso opzione più appetibile per questi atleti, senza poi considerare la Cina, che sta portando via molti buoni giocatori all’Europa pagandoli vagonate di soldi. In più c’è la tendenza dei  giocatori a lasciare il vecchio continente fin da giovanissimi, quando ne hanno la possibilità, mentre qualche anno fa vi era maggior prudenza.

– Messina ed Obradovic, per tutti i dominatori con 13 titoli in 27 anni di Eurolega. Cosa vi unisce e cosa vi separa, considerando che se studio alcuni vostri clinic ritrovo moltissimi principi di grande efficacia e semplicità assai comuni?

Sì ok, ma lui ne ha vinte 9, io 4… (ndr risata). Credo che la traccia comune vi sia per tanti coach nel creare un sistema che invece di essere una successione di schemi sia una successione di azioni in cui il giocatore deve sapere cosa fare e come reagire con responsabilità. Si parla spesso di allenatori con disciplina più o meno rigida, ma  il vero discorso è legato a cosa sono disposti a fare i giocatori. Di certo, tornando a Zelimir, è il coach che ha avuto maggior impatto sulla pallacanestro europea di sempre.

– Con il Maccabi del 2004 ed il Pana del 2009, ritengo la tua Virtus la migliore squadra di Eurolega di sempre. Coach straordinario, roster amplissimo e talento illimitato: cosa c’era di più in quelle V nere?

Ti ringrazio per l’opinione e ti posso dire che fu grande la combinazione tra la sfrontatezza di giovani come Jaric, Ginobili, Andersen e Smodis ed il pacato autocontrollo di campioni come Rigaudeau, Frosini, Griffith, lo stesso Bonora. Ci siamo mescolati senza gelosie e, tornando al discorso dell’atletismo, quello che ci diedero Ginobili e Jaric fu di un livello del tutto superiore. 

– E se parliamo di Virtus non possiamo non ricordare Gianluigi Porelli. Dirigente a dir poco illuminato, è l’uomo che ti ha scelto. Chi era, se possibile dirlo in una battuta, e quanto mancano dirigenti del genere in un mondo, quello odierno, in cui i coach soffrono di solitudine cestistica, allenando in ambienti dove di competenza ve n’è poca poca?

L’Avvocato aveva una visione del bene comune, oggi del tutto venuta meno, senza eguali. Nel 1979/80 prestò Bonamico a Milano, rischiando di perdere uno scudetto, perché convinto che senza una Milano forte non ci sarebbe stata una pallacanestro forte. Oggi, per una mossa del genere, sarebbe definito come un deficiente su Facebook con migliaia di post di insulti, mentre invece è stato solo un personaggio illuminato ed illuminante. Ci ha insegnato il concetto di responsabilità del proprio lavoro, ad incominciare dal suo. E da quell’esempio nascono le grandi imprese, non solo nel basket. Non avesse lavorato nel basket, sarebbe stato uno straordinario dirigente in qualsiasi altro settore.

– Il “pick and roll” e l’Eurolega. Se ne fa tantissimo, ma chi lo fa bene occupa 14 metri di campo, chi lo fa male, o fa solo quello, muore con la palla in mano. E tra chi lo fa male vedo totale assenza di tagli, lato debole statico e blocchi portati come si porta il sacchetto al supermercato. Come concilia coach Messina un sistema come quello con tutto ciò che serve per allargare quel benedetto campo?

Nella concezione comune il “p&r” è una giocata 2vs2, ma in realtà il vantaggio che crei, o provi a creare, è qualcosa che si concretizza sul lato opposto. Se non sai cosa fare sul lato debole il vantaggio salta. E’ vero che spesso anche qui in NBA vi sono dei 2vs2 che portano a conclusione dirette, pensa ad un Curry, ma anche in quel caso prima o poi le difese si adeguano ed allora senti al necessità di tiratori sul lato debole e di tutta una serie di movimenti che concretizzino quella situazione di vantaggio iniziale.

– La tua celeberrima “motion offense”. Si può dire che sia un lusso che possono permettersi solo squadre con atleti dal QI molto elevato?

Probabile. Ma è altrettanto vero che una versione semplificata può far migliorare i giocatori  perché offre la possibilità di scegliere, che vuol dire crescere. Poi è certo  che, ad un giocatore più limitato, dare 3 opzioni voglia dire dare un sistema più comprensibile rispetto a dargliene 5. Ma così, ripeto, soprattutto i giovani possono migliorare, mentre i più esperti e tecnici possono sfruttare un sistema dalle mille possibilità.

– Che allenatore hai riconosciuto in Sarunas Jasikevicius? Concordi sul fatto che sia stato straordinario nel non chiedere ai suoi di fare quello che lui sapeva fare senza sforzo, ma di organizzare una squadra alla perfezione?

Sì, assolutamente. Ho visto poco per questioni di tempo, ma quando ho seguito lo Zalgiris ho visto una squadra con criteri chiari e poco complicati.

– Joffrey Lauvergne e Tyler Ennis: upgrade straordinario per Obradovic ed il suo Fenerbahce?

Credo inizialmente sia più semplice per Lauvergne, che conosce già il continente dove è tornato e molti meccanismi. Forse Ennis potrebbe fare un po’ più di fatica in principio.

– E di Doncic cosa mi dici? Uomo franchigia potenziale?

Fenomeno, soprattutto mentalmente, per quello che è a questa età. L’unico dubbio, che poi qui in NBA è un po’ sempre lo stesso in questi casi, riguarda l’atletismo. Ma ripeto, si parte da una base fenomenale e sono curioso di vedere come bilancerà il saper imporre quel che sa fare al meglio con quel che invece dovrà adattare al nuovo contesto in cui si trova.

– Una curiosità, da uno che conosce il mondo NBA dentro e fuori il campo. In Italia Goudelock tweetta ad un amico (Norris Cole) che ha firmato per Avellino «Fanne 30 in faccia a Pianigiani», in fondo il coach che non lo ha più voluto,  e scoppia il finimondo. In NBA mi pare che sui social se ne leggano di molto peggio. Anche qui siamo indietro e poco avvezzi ad accettare sfida ed ironia? Ricordo uno Shaq indirizzare a Dwight Howard un bel «mio figlio  di tre anni mi fa più male quando giochiamo a Superman in casa rispetto a quanto mi fai tu in campo…».

Ma certo, manca un po’ il senso di dare il giusto peso a certe cose.

– Quest’anno potrebbe essere l’anno buono perché l’Olimpia faccia  i PO in Eurolega?

Sì.

– A livello di coach italiani, c’è qualcuno che ti piace in particolare? Io guardo Buscaglia e ci vedo qualcosa di “messiniano”: mi sbaglio? Quel saper far giocare nel “mid range” come sul perimetro, quella difesa da antologia…

Concordo, Maurizio Buscaglia è un grande allenatore. Mi ritrovo un po’ in quelle caratteristiche. Notevole la sua difesa nei Playoff.

– Altro salto dell’oceano: Manu e Pop. Mi dici una cosa per ognuno dei due che non tutti sanno e che per te rappresenta l’eccellenza di entrambi gli uomini?

E’ semplicissimo, ma per nulla scontato, e vale per entrambi: si prendono poco sul serio. Hanno uno status tale da poter essere parte fondamentale dello “star system” di oggi, ma invece sono persone straordinarie e non è facile mantenere quell’equilibrio e quel profilo. Chapeau!

– La “Spurs culture” si può riassumere in un semplice “gli uomini prima dei giocatori”?

Sì ed aggiungo che i principi e le regole di convivenza comune sono superiori a tutto.

– Messina è a San Antonio, dopo Mosca, Madrid e Los Angeles, Gherardini ad Istanbul, dopo Toronto, Scariolo ha guidato a lungo la nazionale più forte del pianeta fuori dalla NBA. E per i giocatori, a parte chi è nella stessa NBA, Datome e Melli sono ad Istanbul, Hackett a Mosca dopo Olympiacos e Bamberg… E’ impossibile eccellere nell’attuale pallacanestro italiana?

E’ un discorso che va oltre la pallacanestro e riguarda tutti gli ambiti della società italiana. Sia chiaro, se io sono dove sono ed ho fatto quel che ho fatto lo devo alla possibilità che mi è stata data in Italia di allenare ad alto livello, quindi la riconoscenza ci sarà sempre. E’ altrettanto chiaro che quando arrivi ad un punto di rottura in un certo ambiente che ritieni saturo, se puoi scegliere te ne vai. Purtroppo manca la volontà di un bene comune e del fare un passo indietro singolarmente per farne due avanti tutti insieme, il che darebbe la possibilità di poter vivere e lavorare in un paese che per me resta straordinario come l’Italia.

– Chiudiamo con tre domandone secche, divertenti, di quelle che piacciono a chi legge ma alle quali nessuno vuole rispondere… Chi vince Eurolega, Serie A ed NBA?

Mah, in NBA credo la finale dell’ovest ci dirà chi vincerà alla fine e secondo me potrebbe essere Golden State-Houston. In Italia penso rivinca Milano, mentre in Eurolega vedo una finale CSKA-Fenerbahce.

La pioggia di questi giorni non dà tregua a San Antonio, e scandisce i rumori di fondo della nostra conversazione. Coach Messina saluta i colleghi mentre entra nel suo ufficio, una nuova partenza per un’altra stagione nella culla del basket.                                              I numeri uno è giusto che lavorino coi numeri uno.

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