opinioni Partite Playoff LBA

#Playoff LBA – Brescia e Trento spiccano il volo. Milano e Venezia devono “aggiustare”.

Se vale il detto americano che “una serie di Playoff non inizia finché non c’è una vittoria furori casa”, gara 1 di semifinale ci ha detto che, se mai avessimo avuto dubbi, ci sarà battaglia, durissima, e che questa battaglia è cominciata sin da subito.

Brescia e Trento espugnano assai meritatamente Forum e Taliercio e ribaltano il fattore campo. Se non si può parlare di “spalle al muro” dopo una sola gara, è chiaro però che sia l’Olimpia che la Reyer non abbiano alcuna possibilità di sbagliare in gara 2.

I quarti erano stati decisamente “soft”: serie dominate da Milano, con Cantù, e da Venezia, con Cremona, mentre più complicato, ma sempre perentorio, è stato il 3-0 di Brescia su Varese. Trento ha compiuto l’impresa più degna di nota, vincendo, senza fattore campo, con Avellino (3-1), che a fine gennaio pareva la squadra migliore in assoluto. Di certo sono passate le 4 squadre migliori, garantendo la qualità più alta possibile (…) alle semifinali.

Cosa ci lasciano i due primi episodi di queste serie? Ho provato a separare 10 punti, nella perfetta tradizione #eurodevotion dei “5 punti” per ogni gara. In ordine sparso, in un disordine di passione.

  • MVP: Michele Vitali e Shavon Shields (con menzione d’onore per Bryce Cotton e Austin Daye). Quello che gli straordinari  numeri non dicono è che i due atleti non erano a questo livello solo 12 mesi fa. Ecco perché quando si fa scouting, si dovrebbe farlo anche sulle attitudini personali, sull’etica e sui princìpi: telefonate ad agenti, tabellini e qualche video non bastano, come dimostrano le società meglio organizzate.
  • La difesa 3-2 di Brescia. Spesso si parla, a sproposito, di zone “da prima divisione”, passive e solo in cerca di qualche attimo di “spari a salve” dall’arco degli attacchi. Diana ribalta tutto e propone una prima linea dinamica, efficace ed aggressiva che sa come Milano attacca. Ed è la sua difesa che diventa proprio il miglior attacco. Che poi quella manina dalla panchina spesso indichi un “2” invece di un “3”, scombinando le idee, confuse, avversarie, è parte di una preparazione perfetta.
  • La pulizia, la musicalità, l’armonia e l’eleganza delle movenze di Austin Daye. Non è velocissimo, ma prende il tempo, non è potentissimo, ma impone il fisico: si chiama talento, puro e semplice. Come nei movimenti di altri sport, dà il meglio in un insieme “lento, ritmato e musicale”. Instradato per bene, è MVP fisso in questa Lega per sempre: nessuno ha ricevuto tanto dagli Dèi del gioco quanto lui. De Raffaele ha in mano il migliore di tutti.
  • Gli occhi dei giocatori di Buscaglia. E’ passato un anno, sono cambiate un po’ di cose, ma la situazione si ripropone allo stesso modo. Se vuoi battere l’Aquila devi cominciare dal provare a battere singolarmente gli uomini del coach nativo di Bari. Questi non mollano, mai, e non accettano di essere battuti. Se ci aggiungiamo un sistema di squadra allenato alla perfezione, ne esce un insieme straordinario. E quando un sistema si conferma e si ripete, c’è una sola ragione ed è seduta in panchina.
  • I rimbalzi: due gare e due successi di chi ne ha presi meno. 33-32 Milano e 43-34 Venezia. Se il primo è quasi un pareggio, comunque clamoroso vista la stazza differente ed il ritmo partita prediletto dalla Leonessa, il secondo è un dominio importante che è, ad esempio, in netta controtendenza con quanto accade in Eurolega dove, se prendi 9 rimbalzi in più, non perdi quasi mai. Preoccupante per la Reyer aver preso più del 30% dei palloni disponibili sotto le plance trentine ed aver perso, impensabile per Milano tirane giù solo 1 più di una squadra che gioca con un solo lungo, e spesso nemmeno quello.
  • Fattori Gutierrez e Cotton. Il primo, assente spesso ingiustificato in stagione, gioca una gara in cui fa vedere qualcosa di quelle possibilità mostrate a sprazzi a Berkeley, prima di Nets, Bucks ed Hornets. Può dare tanto all’Aquila, soprattutto in termini di palloni ai rollanti sottodimensionati ma assai dinamici come Sutton e Hogue. Cotton è in versione Vinnie Johnson, “the microwave”. Entra e colpisce immediatamente, senza mancare in nessun frangente del gioco.
  • I lunghi di Milano. I numeri sono stati  perfino discreti: 14+7 in 23′ per il lituano e 7+8 in 17′ per l’american-polacco. La realtà? Sono scomparsi tra le linee della zona bresciana. Come rientrare in una serie che si giocherà ad almeno 100, 140 o 180 minuti di quella zona? Devono diventare un fattore i “4” di Pianigiani, altrimenti non c’è speranza. Un’idea, nel caso Kuzminskas e Pascolo continuassero a non incidere? Micov da 4. Sarebbe adattarsi, vero, ma con grande sagacia.
  • Il tiro da 2 e quello da 3: in rigoroso ordine di gradimento personale ed importanza. 47 tentativi da due (16 da tre) per Trento, contro i 37 (24 da tre) di Venezia. 43 quelli di Brescia (16 da tre)  e 35 quelli di Milano (29 da tre). Chi ha vinto le due gare? Ridicolo sostenere che tirare da 3 sia un male, generalizzando, ma certissimo che chi gioca meglio a pallacanestro sa aprire il campo per quelle conclusioni dall’arco che offrono ulteriore minaccia con tiri a più alta percentuale. Altrimenti resti legato alla percentuale dall’arco e, scusa pessima ed inascoltabile, racconti che “erano buoni tiri aperti”. Non ci vuole un genio per capire che un tiro da un metro abbia più possibilità di successo di una da 7. Se “costruire” (abusatissimo…) un buon tiro dall’arco non prevede movimenti che portino anche ad un (migliore) tiro da due, non si sta giocando a pallacanestro.
  • Gara 1 e la serie a 5. Dopo 40 anni, o giù di lì, di Playoff, sappiamo tutti come il giudizio di una sfida possa essere ribaltato, non solo nel risultato, nell’episodio che segue, solitamente a 48 ore di distanza. Entrano in gioco aggiustamenti tecnici e mentali, ragion per cui le serie possono essere indirizzate, ma non certo quasi chiuse, almeno fino a quando il vantaggio non sia di due gare. Testa e lavagnetta. Contano entrambe, ma nei Playoff l’ordine di importanza è questo. Se sei pronto tecnicamente è perché ci hai lavorato prima, oggi non cambi nulla, aggiusti e basta. Quello che può cambiare diametralmente è l’approccio. Pablo Laso mi ha recentemente detto, a Belgrado, che il suo piano partita di gara 1 con il Pana era esattamente lo stesso di gara 2. Coach, cosa è cambiato? «Non potevamo essere gli stessi di gara 1, i “polli” descritti dal ragazzino di fronte all’albergo di Atene…». Chi cambia queste cose? Un coach con l’appoggio di una società alle spalle. Il discorso si lega, in parte, al punto precedente. Perdere la prima in casa non è una tragedia, ma se ha un peso limitato in una serie al meglio delle 7, ce l’ha più che doppio in caso si giochi al meglio delle 5. Basti pensare che nel primo caso sai che, vincendo la seconda in casa, sul tuo campo ci torni comunque, mentre nel secondo, non ne hai la minima garanzia. Sta tutto nella capacità degli allenatori gestire la situazione, con l’imperativo di pensare una sfida alla volta, poiché valutare il quadro globale vorrebbe dire autoimporsi un peso difficilmente sostenibile. Nel caso di squadre fragilissime psicologicamente come Milano, il discorso è assai complicato. Pianigiani è chiamato ad un lavoro doppio.
  • Il timeout di Buscaglia gestito da Lele Molin, suo assistente. Quando vedi queste cose, quando le dinamiche di una squadra si elevano questi livelli, capisci di essere di fronte a qualcosa di unico. La memoria? Una sola: Peterson e Casalini, la “banda bassotti” del Billy. Le squadre vere sono queste, gli allenatori veri sono questi. Non volano lavagnette, si trasmettono fiducia e concetti.

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