opinioni Partite

Milano ancora KO: vincere o perdere è questione di abitudine

 

Arriva ancora una sconfitta per l’Olimpia, la diciannovesima in questa stagione di Euroleague. Per l’ennesima volta un finale in volata che non premia i meneghini, anzi, li condanna e sottrae loro fiducia, la fiducia di poter vincere. Quando al Pala Desio suona la sirena del quarto quarto e il tabellone luminoso recita 89-93 c’è la delusione di chi è dispiaciuto di aver perso, ma che in fondo sapeva che avrebbe perso. Che partita è stata quella Milano e Valencia?

La raccontiamo nei punti di analisi:

  • Confusione. L’idea che dà la squadra di Pianigiani in campo: tanto talento, tante belle giocate, ma perlopiù individuali o a due. Ciò che si percepisce vedendo la partita è una squadra che ha bisogno di un faro, di punti di riferimento ai quali aggrapparsi nei momenti di difficoltà, non da ricercare in un go-to-guy ma in movimenti sul campo che facciano sapere ai cinque giocatori sul parquet di essere lì a fare quella cosa in quel momento. Non è sicuramente questa la causa della sconfitta di Milano nella gara di ieri, ma è il frutto di un sistema di gioco estremamente debole.
  • Fiducia. Quella che l’Olimpia ha perso da ormai tempo e la stessa che l’ambiente Olimpia non deve perdere. I luoghi comuni “meglio vincere giocando male che perdere giocando bene” e “vincere aiuta a vincere” nella partita di ieri si sono rivelati veri come non mai. La fotografia che descrive Milano è la palla che Jerrells si è dato sul piede nel possesso decisivo, dopo aver rifilato 9 punti consecutivi: lotti, giochi, ci provi, ma alla fine l’esito è negativo e l’umore è sempre più negativo.
  • Ritmo. Un concetto sul quale insistere e sul quale la pallacanestro si fonda: è impensabile giocare e vincere una partita senza ritmo, perché a livello Eurolega c’è il giocatore che emerge di più rispetto agli altri, ma vince ancora il sistema. Milano fatica a trovare ritmo nella fase offensiva e ha ancora più problemi a mantenerlo. Questo piccolo-grande dettaglio è causa di insicurezze in attacco e porta a molti errori, a volte anche banali.
  • Comunicazione. In particolare la comunicazione non verbale, quella di un corpo all’altro; la si stabilisce durante gli allenamenti e la si corrobora durante la stagione. Eppure Milano sembra spesso giocare con 5 giocatori messi per la prima volta su un campo da basket insieme, con ognuno che mostra il suo lato migliore ma con nessuno in grado di tirar fuori il lato migliore del compagno.
  • Difesa. 40′ di concentrazione in difesa. I minuti che servono per provare a vincere una partita e a volte neanche bastano. Le disattenzioni meneghine durante il match (ma anche di Valencia) sono state imbarazzanti e non proprie di una partita di Eurolega. In un match come quello di ieri il finale è in volata ma, per competere ai livelli maggiori, la mentalità deve essere ben altra.

La scelta è di Milano ed è nelle mani di Milano: arrivare a questo punto della stagione, ammettere il fallimento e sperare in una stagione prossima migliore oppure iniziare sin da subito a essere competitivi, a lavorare già da ora per ottobre prossimo (parlando solo di EL) e ad allenare quella cosa che rende i progetti vincenti: la mentalità.

3 commenti

  1. Come non essere d’accordo?
    Ma come allenare la mentalità? Obbligando i giocatori a eseguire un gioco, pur esso ripetitivo, per disciplinarli? Fargli fare almeno 5 passaggi prima di andare al tiro (ricordi delle giovanili…)? O forse serve un vero giocatore guida? Uno che abbia il carisma necessario a guidare la squadra? Un giocatore che, con tutta la buona volontà, non può essere (solo) Cinciarini. L’anno dei quarti in EL c’era un Gentile in stato di grazia (senza scimmie sulle spalle o semplicemente con un ego minore) e c’era un Langford che ha tirato la carretta, c’era un Jerrels rinato non appena fu affiancato da Hackett, c’era alchimia. Quest’anno non si è vista…

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  2. A me sta anche bene perdere, quello che non sopporto e’ sentire l’allenatore di um roster cosi’ dire in confrenza stampa che “stasera avremmo avuto bisogno di un uomo in piu'”, dai fa ridere. Rimani pure coach, non mi interessa gufare pero’ piantala con le scuse.

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