Interviste

Maurizio Gherardini : «La passione è il motore che ti porta a parlare e vivere di basket ogni istante della tua vita»

Forlivese 62enne, Maurizio Gherardini è senza dubbio uno di quei personaggi che hanno fatto e stanno facendo la storia della pallacanestro, non solo italiana ed europea. A pieno titolo manager di respiro mondiale, ha vissuto esperienze  vincenti e di assoluto livello sia da questa che dall’altra parte dell’oceano.

Dopo gli esordi nell’amata Libertas Forlì, prima come giocatore, poi come assistente allenatore e infine come GM, il passaggio a Treviso che ne ha sancito l’entrata nell’Olimpo del basket. 14 anni di successi e di rapporti con i maggiori interpreti del gioco, sul campo, in panchina e dietro le scrivanie, per poi fare il grande salto in NBA, dove Toronto ed Oklahoma City sono state parte di una carriera che poi,  dal 2014, si è legata al Fenerbahce Dogus, insieme a quell’Obradovic che fu già suo coach dal ’97 al ’99 nella stessa Treviso.

Prima dei recenti trionfi in Turchia, la collezione personale trevigiana ha registrato 4 scudetti, due Eurocup (Saporta), sette coppe Italia e tre supercoppe.

Ed allora partiamo proprio da lì, da quell’esperienza in biancoverde che è stata il primo amore di altissimo livello.

– Treviso, la Benetton, quattordici anni di trionfi caratterizzati da tantissimi, indimenticabili campioni e, soprattutto, da moltissimi allenatori di assoluta eccellenza, tra i quali spiccano, mi perdoneranno gli altri, i nomi di Mike D’Antoni, Zeljko Obradovic, Ettore Messina e David Blatt. C’è qualcosa che accomuna questi quattro straordinari condottieri?

«Innanzitutto Treviso è stata un’esperienza fantastica ed indimenticabile, a livello umano e di risultati. Questi 4 coach hanno certamente in comune una cosa fondamentale, ovvero la sensazione che danno, quella di lavorare con menti cestistiche che respirano e vivono basket ogni istante della loro vita. Provano continuamente a fare tutto ciò che è necessario per vincere a tutti i costi. Sono creativi, cercano “out of the box” ogni soluzione che possa migliorare le loro squadre. Sono tanto simili, in questo, quanto diversi, gestendo le risorse umane in modo differente, secondo le proprie caratteristiche, che sono uniche».

– Quindi, in virtù di quel che mi dici, Mike è pronto per il titolo NBA?

«A Mike oggi viene reso finalmente merito per quello che già seppe fare anni orsono, ovvero la creazione di un sistema che ha grandi tracce nella stessa Golden State. Oggi si attesta la creatività della sua mente, come dicevo. E’ pronto? Sì. Interessante, a riguardo, che la stessa NBA si interroghi sul sistema Playoff, perché GS e HOU  sembrano le squadre più accreditate ed è un peccato che uno show di tale livello non sia l’evento finale. Di qui lo studio di un equilibrio che è spostato ad Ovest e che merita la giusta attenzione».

– Sei uno dei pochi che, per esperienza vissuta realmente, può dare un giudizio sulle differenze tra il mondo NBA e quello europeo, segnatamente di Eurolega. Chi parla di circo per la stagione regolare americana, chi di abisso di talento, fisicità ed atletismo a favore della lega di Silver. Qual è il tuo parere a riguardo?

«Paragoni mai semplici, giudizi assai difficili. La NBA resta il top e la stagione regolare è molto più complessa di quanto possa sembrare. E’ impossibile paragonare il top con altro. L’Eurolega in questo formato è molto interessante perché dà la possibilità ai tifosi di vivere in modo diverso la pallacanestro rispetto al passato. Sfide di altissimo livello, tensione agonistica sempre alta. La sua bellezza è che ogni gara dà la sensazione delle “spalle al muro”, tiratissima per importanza. E’ una lega che sta migliorando costantemente in tutto ed è giusto che l’esempio da seguire sia quello NBA, proprio perché, come ho detto, quello è il meglio».

– Le ultime esternazioni di Adam Silver, la gestione dei talenti dalle High School, il tema degli “one and done”, i “two way” e la crescita della G-League, nel momento in cui la NCAA vive una crisi di immagine pesantissima a causa degli scandali: tutti indizi che potrebbero portare ad un ridimensionamento del basket universitario?

«Difficile cambiare un sistema che è radicato nella storia e nella cultura americana. Ma ci vuole più chiarezza. Il business corre veloce, i soldi corrono e snaturano certi rapporti. Da parte nostra mi preoccuperei più, in virtù di quel che mi chiedi, per ciò che potrebbe succedere in Europa. Oltre al naturale gap economico, si rischia di avere a disposizione sempre meno qualità in termini di quel che arriva da là. Pensa solo alla crescita dei salari nella stessa G-League…»

– Il 2006 e Bargnani è domanda che ti avranno fatto milioni di volte, quindi voglio andare oltre. Mi spieghi quali sono le logiche complete su cui si basano le scelte dei giocatori al draft? In fondo, tornando a quel 2006, alcuni numeri ci indicano la complessità totale di tali scelte: Andrea alla 1, Aldridge alla 2, JJ Redick alla 11, Rondo alla 21, Lowry alla 24, Millsap alla 47 (davanti a Veremeenko 48…) ed ancora Rodriguez alla 27 piuttosto che Freeland alla 30. Ma anche Pecherov alla 18 e Marcus Vinicius (Marquinhos) alla 43, davanti a Millsap…

«E’ un insieme di fattori, tutti importanti. Ovviamente davanti a tutti la necessità di squadra in base ai ruoli ed alle opzioni disponibili. Vi è uno studio profondo di ogni candidato e vi sono, cosa fondamentale, una serie di valutazioni che non sono condivisibili pubblicamente. Proprio in quel draft ricordo alcuni nominativi di cui non si tenne poi conto in relazione a potenziali problemi fisici, che ovviamente non si potevano comunicare al mondo intero. Ecco, i report fisici negativi sono una cosa determinante. Non ho nessuna intenzione di scaricare alcuna mia responsabilità nella scelta di Andrea, ma ricordo solo che arrivai a Toronto poche ore prima di quel draft, poiché solo qualche giorno prima vincevamo lo scudetto a Treviso, dopo un bellissimo Playoff in cui sconfiggemmo Milano in cinque tiratissime gare, per poi eliminare Roma e battere la Fortitudo 3-1 in finale. Peraltro sono molto felice per i Raptors, oggi seri competitori, perché sono stato parte di scelte e trade che hanno portato i vari Valanciunas, De Rozan, e Lowry».

– Venendo al draft 2018, che potrebbe essere uno dei più ricchi di talento e prospettive da anni, cosa ti aspetti? Ayton alla 1 perché un centro così non si può mollare mai?

«Non lo so, di certo è draft di altissimo livello. Sono piuttosto curioso di vedere dove finirà Doncic, che ha tutte le caratteristiche per diventare giocatore importante anche in NBA».

– Torniamo in Europa. Nel 2014 arrivi al Fenerbahce e si può dire che prima dei recenti trionfi avete imparato anche  a perdere? E’ un percorso che si è visto spesso per tante grandi squadre.

«La vedo un po’ diversa. Sono arrivato quando mai nessuna squadra turca aveva fatto le Final 4, che per me vuol dire far parte di un’élite ed avere una stagione vincente, esattamente come si pensa in America. Prima di considerare la vittoria o la sconfitta devi arrivare a giocartela in questa élite. Se perdi con il CSKA una finale tiratissima devi capire che sei parte di un ristretto giro di squadre fortissime che si giocano i trofei più importanti, come le Final 4, e che hai perso con dei grandi avversari. Non devi sentirti sconfitto ma devi lavorare per migliorare e fare il passo successivo che può darti la vittoria. La cosa più bella è stato vedere l’anno seguente lo stesso gruppo ritrovarsi ed essere in grado di fare quel passo, avendoci riprovato insieme».

– Partecipare ad un campionato nazionale di alto valore pensi che possa aiutare ad essere maggiormente competitivi rispetto a chi partecipa a tornei di bassissimo livello? Tenere alta l’asticella è importante? Poi se hai Obradovic in panchina quell’asticella stessa è alta per sua natura…

«A me piace giocare spesso, sebbene ogni tanto sarebbe bello tirare il fiato. Ma la direzione giusta è questa, ti fa stare al top sempre, ci vogliono 15/16 giocatori per competere in due realtà difficili. E’ vero, il valore alto del torneo domestico aiuta decisamente».

– 18/7 a due gare da quel CSKA che attendete venerdì ad Istanbul e col quale avete già il vantaggio del primo confronto: un pensiero al primo posto lo fate?

«Guarda, oggi credo che la vera differenza sia avere o non avere il vantaggio del fattore campo, quindi è importante arrivare nelle quattro. Altri calcoli sono troppo complicati. Anche perché ben sappiamo quanto sia duro rovesciare quel vantaggio del campo, come abbiamo fatto lo scorso anno ad Oaka».

– Obradovic, ma vale  anche per  Gherardini, è al top e vince  da un quarto di secolo ed oltre. Qual è la ricetta per stare al vertice attraverso almeno tre epoche differenti del gioco?

«La passione. Ti porta a parlare e vivere di basket in ogni istante della tua vita. Uomini, piani e decisioni che debbono portare a fare il massimo per risolvere i problemi che ogni sfida comporta. Zeljko è assetato di basket 24h al giorno ed un manager, lavorando con lui, è facilitato. E vale anche per gli altri nomi di coach che mi hai fatto prima».

– E allora parliamo proprio di coach Obradovic, semplicemente il massimo. Senza rivolgersi all’aneddotica, dove sta la differenza tra lui ed i comuni mortali della pallacanestro?

«E’ certamente l’attenzione al dettaglio. Non gli sfugge nulla. Tu hai allenato e se vedessi un allenamento di Zelimir rimarresti abbagliato dall’organizzazione di ogni singolo istante del suo lavoro, in campo come fuori. Ed i giocatori comprendono tutto ciò e sono portati  fare più del massimo che possono dare. Ma ciò che sorprende ancor di più è la sua grandissima umanità, perché vivere basket in ogni istante non vuol dire togliere il giusto peso ai valori umani. E’ l’unico ad essere stato campione del mondo da giocatore e da allenatore. Ed è un vantaggio aver dominato in entrambi i momenti, campo e panchina. Una cosa però te la racconto… Perdiamo con l’Efes in coppa turca e tutti i giocatori si aspettano allenamento durissimo il giorno seguente: in fondo la sorpresa è stata grossa ed inattesa. Zeljko sorprende tutti, riserva un bellissimo locale di Istanbul ed invita giocatori e staff, con le famiglie, per una piacevolissima serata. Niente allenamento, è il momento di fare gruppo, è il momento di stare insieme».

– Jasikevicius è l’erede predestinato? Raramente vi ho visti in difficoltà come a Kaunas, poi ha vinto il migliore, ma quello che sta facendo Saras è straordinario.

«Certamente oggi è il miglior tecnico tra i giovani, già ad altissimo livello ed in continuo miglioramento. Si rispettano, hanno un grande rapporto ed hanno tantissimo in comune. Ti dicevo che essere stato grande giocatore aiuta, sai perché? Vedi le cose quel mezzo secondo prima, cosa che ti rende allenatore più pronto e reattivo. Ci sono tante somiglianze e tratti comuni caratteriali e gestionali».

«Ora però ti devo lasciare, sai siamo appena arrivati a Smirne, direttamente da Kaunas (ndr la conversazione si è svolta nel pomeriggio seguente la vittoria con lo Zalgiris), il tempo di lavarsi la faccia in hotel ed è subito allenamento. E’ difficile, ma è bellissimo, non sai che bella accoglienza abbiamo avuto qui, anche da tanta gente che non è tifosa del Fenerbahce. E’ il bello di questo lavoro».

Nel nome di quella passione per il gioco, la chiave di tutto.

 

 

 

 

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