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La crisi Olimpia tra Eurolega ed Italia. Pianigiani è responsabile, come chi gli sta accanto.

Che la firma del coach di “quella” Siena fosse una bomba ad orologeria per Milano, era quasi scontato. Indipendentemente dalle valutazioni di opportunità e di stile di tale scelta, solo trionfi in serie avrebbero calmato le acque milanesi. Per taluni, forse molti, nemmeno quelli…

Ad oggi 7582 spettatori di media in Eurolega contro 9631 dello scorso anno (a parità di gare e con l’aggravante numerica della “gara del cestino” a Desio contro Baskonia nel novembre 2016) possono essere sufficientemente chiarificatori?                                          Ma alla fine del diffuso disappunto, prevalse l’amore per il biancorosso, ed allora via coi sogni, perché i Theodore, i Goudelock, i Bertans ed i Gudaitis, prima ancora del ritorno di “The Shot” e dell’approdo di Kuzminskas erano (e sono) ragione per sognare. Europa da ritrovare ed Italia da dominare: se la prima operazione poteva sembrare ambiziosa, la seconda pareva quasi scontata.

Dopo la Supercoppa, vinta senza dominio alcuno in un contesto tecnico provvisorio, il mantra del coach recitava così: «Dobbiamo essere pronti a febbraio, allora si assegneranno i trofei». Vero, tanto vero da non far capire che si trattava del misero inizio di un “maniavantismo” che ha raggiunto poi vette inesplorate.

Il campo, da ottobre in poi, ha detto ben altro, soprattutto se parliamo di pallacanestro vera, organizzata, quella che sarebbe un gioco di squadra. Le sconfitte inopinate si moltiplicavano, mai quanto le miserrime giustificazioni, fino a Firenze, che è arrivata come la perfetta immagine di un nulla tecnico, psicologico e gestionale. Si poteva pensare ad una cosa simile? Sì, per chi lo crede da tempo solo in base a ciò che vede, ma francamente non così male.

Il campo, quindi, giudice supremo ed inappellabile, che ci aveva già spiegato tutto. Mai quanto le parole che accompagnavano prestazioni corali del tutto inadeguate.                C’è una squadra che si è crogiolata inizialmente nelle disgraziatissime “belle sconfitte”, quelle in cui si dava la fasulla impressione di lottare: ma quelle sono le partite più semplici, lo sa bene chi vive di questo sport, lo sanno ancor meglio gli allenatori veri, che ne davano definizioni divertite, ben conoscendo quali sono le gare “da vincere”, quelle che Milano ha regolarmente perso, gettandole al vento o nemmeno provando a competere. Però secondo alcune linee di pensiero perfino condivisibili, non si giocava nemmeno così male, visto che era l’inizio della stagione, e tante erano le novità. Ci poteva stare: ma non certo continuando solo ed unicamente a piangersi addosso.

I risultati non sono arrivati, il gioco nemmeno. Aggiunti Jerrells e Kuzminskas, secondo i desideri del tecnico, se possibile le cose sono peggiorate. Era difficile, è successo.              In Eurolega devi giocare vero, altrimenti, anche se il tuo roster vale potenzialmente un 10-12mo posto, finisci male. Il campionato meritava un rispetto maggiore e l’inopinato numero di sconfitte, ad oggi, la dice lunga, al pari del valore tecnico espresso.

La Coppa Italia era l’obiettivo: appunto…                                                                                Come la più inamovibile delle pietre tombali ha sepolto la Milano del basket. Anche qui, però tutto prevedibile e logica conseguenza del vissuto (oh mio Dio, l’ho detto…). Era un obiettivo, si diceva? Certo, ma magicamente, viste le ultime difficoltà, intorno a dicembre/gennaio è cambiato tutto: da «dobbiamo essere pronti a febbraio» a «è una partita secca, può succedere di tutto». Serve commentare?

Eh… commentare. Parte del lavoro di un coach. Da inizio stagione udiamo che «siamo in condizioni difficili», «ci manca l’energia», «siamo nuovi», «il calendario è impossibile» e via dicendo. Un libretto di giustificazioni  difficilmente accettabile, in netto contrasto con la storia della vera Olimpia, fatta di ben altro.                                                                        Forse non è chiaro, o fa comodo far apparire che non lo sia: la stragrande maggioranza delle squadre italiane è totalmente nuova, come Milano, più della metà delle europee lo è. Chi ha cambiato meno, come Fenerbahce e CSKA ad esempio, ha però modificato in toto l’asse play-pivot; capita la portata? Tutte e 15 le altre di Eurolega hanno un calendario uguale, con la differenza che a parte Maccabi, Stella Rossa e Zalgiris, tutte giocano un campionato di ben più impegnativo. Sull’energia mancante, meglio soprassedere: è dovuta allo staff, se fisica, o alla stessa gestione, se mentale? Chi può credere alla storiella che si sia in emergenza sempre e comunque?

Tuttavia il meglio, in termini di comunicazione e disastrosi messaggi psicologici alla propria squadra, doveva ancora venire e parve essere la dichiarazione dopo la vittoria con Brescia, in cui fummo informati che era stato chiesto uno sforzo serio e particolare proprio per quella gara. Povero illuso chi pensava che fosse dovere quotidiano dare il massimo, così come povero illuso chi riempiva il Forum per godersi un match di campionato. Caspita, dovevamo capirlo che sino a Brescia ci si impegnava un po’ meno del giusto…

Ma niente da fare, i record sono fatti per essere battuti e le munizioni migliori erano ancora in canna. E la madre di tutte quelle munizioni la si è sparata a Firenze, culla della nostra lingua: quale occasione migliore? Abbiamo appreso, tra l’incredulità e l’onirica estasi, che una squadra di Eurolega non può correre dietro agli esterni di Cantù. Poesia. In Brianza stanno pensando ad una cittadinanza onoraria: non sapevano nemmeno loro di essere ingiocabili per così tanti squadroni. Obradovic e Itoudis sono avvisati: se trovate Cantù non avete scampo. Brescia non è stata d’accordo, ma in una realtà parallela di sole parole tutto ciò non è accaduto. E poi mica vorrai paragonare il roster di Brescia a quello di Milano… Ed ancora noi poveri illusi, credevamo che facendo giocare Tarczewski e servendolo a dovere, insieme a Gudaitis, si sarebbe imposto qualcosa ad una squadra con due soli lunghi disponibili, di cui uno mezzo rotto. Imporre, appunto, come le squadre vere. Eroica Cantù, a pezzi per gli infortuni, con in panca un bravissimo esordiente che, prima della finale, ha testualmente detto «Non siamo qui per piangere, siamo qui per fare pallacanestro». A pensar male ci si vede un riferimento.

Le gesta eroiche dell’Olimpia di Rubini e Gamba, la “banda bassotti”, i trionfi degli anni ’80 e la fine di un’era grandiosa fino al tricolore di Tanjevic nel ’96. Per tutti, questa è stata e sarà sempre l’Olimpia, simbolo di lotta, di lacrime e sangue, per dirla alla Churchill, o di semplice “sputare sangue” per dirla come il Coach. Che poi nei tempi più moderni è stata la voglia ed il cuore della Milano di Lino Lardo e di Luca Banchi. Abbiamo amato i pugni di Premier, abbiamo goduto per i blocchi granitici di Dino, siamo corsi in tribuna con Art Kenney: sarebbero mille gli esempi, tra i quali forse quello che ci ha dato l’immagine più esplicativa è il Dan Peterson che disse «ci meritiamo un bel lancio di pomodori» dopo il 110-65, pagina nera pesarese della squadra poi campione. Ecco, il punto è questo. Comunicare, trasmettere emozioni, che siano positive o negative: il dovere di uno sportivo. Come ci si può sentire di fronte ad un fiume di parole insignificanti, vuote di contenuti, che hanno testimoniato di un’Olimpia così lontana dai suoi valori e dal suo glorioso passato? Senza considerare che i continui piagnistei, le continue giustificazioni, dal punto di vista psicologico, non fanno che dare una mazzata continua alla forza mentale della propria squadra. Le scuse preparano solo le sconfitte: pensiero condiviso da qualche illustrissimo protagonista del nostro basket. «Sta allenando il prossimo disastro». Solo opinioni, certo. Espresse a novembre: solo fortuna averci preso?

Il giudizio sulla gestione Pianigiani è personalmente molto più che negativo. In campo e fuori. Non si gioca a pallacanestro e la si comunica ancor peggio. Risultati ed immagine Olimpia sono a pezzi.

Detto ciò, il Signor Pianigiani, piaccia o meno, può essere diventato allenatore di così scarso rendimento? Se anche la sua pallacanestro in nazionale si prestava a tante critiche, è mai possibile che un allenatore che ha comunque vinto sette campionati di fila  e portato in ogni caso la sua Siena a giocarsi Final Four e competere ad alto livello in Eurolega, può essere diventato allenatore che non riesce ad ottenere una semplice rotazione dai propri uomini? E’ chiaro, che seppur non apprezzandone le doti tecniche, non si possa che rispondere no. Ed allora entra in gioco l’ambiente, inteso direttamente come società. Ritenerlo l’unico colpevole dello scempio milanese è sbagliatissimo. Quello che deve cambiare, in casa Olimpia, è ben di più. A partire da chi affianca l’allenatore nella gestione. Un piccolo dettaglio: tre coach dal giugno 2013 e lo staff che li affianca è pressochè immutato. A memoria, ci sono precedenti simili nello sport di squadra di élite? Se esiste un comune denominatore nel “declassamento” che subiscono anche grandi coach a Milano, è almeno lecito ragionare anche su questo elemento. Naturalmente al pari di chi gestisce dall’alto tutto ciò, che, scambi di ruolo a parte, sono sempre gli stessi nomi. Ma questo è tema che riguarda la società, che verrà trattato separatamente.                                          Oggi limitiamoci ad una cosa molto semplice, che è il sunto di quanto espresso sinora: se una squadra offre questa pallacanestro, in netto peggioramento da inizio anno e va sotto così clamorosamente con squadre assai inferiori, l’allenatore ha chiare e palesi responsabilità. Può bastare l’idea di entrare nella semplice ottica di preparazione dei Playoff? La risposta, personale, è ancora no, perché Milano ha il diritto/dovere di giocare a pallacanestro per tutta la stagione, come fanno le sue avversarie, europee ed italiane.

Sono assolutamente contrario ai cambi di coach in corsa, se non quando necessario, come oggi, a Milano. Perché, la situazione vede pochissime vie di uscita e l’ambiente pare decisamente minato in tutte le sue poche certezze. Perché cinque mesi in cui non si riesce nemmeno a difendere sul “pick and roll” eseguito da giocatori che fino a ieri facevano fatica in LegaDue, in cui non si è visto lo straccio di un taglio (chiedo perdono, ho sbagliato, Pascolo fece un flash a centro area in quel di Pistoia, quindi uno c’è stato), in cui l’attacco ha mostrato l’organizzazione di una banda di quartiere, dove alla fine decide sempre il bullo più bullo degli altri, in cui la voglia è andata progressivamente diminuendo fino alla vergognosa prestazione di Firenze (uso parole del presidente), sono veramente troppi. Prestazioni inqualificabili a seguito delle quali abbiamo dovuto sorbirci di tutto, tranne che una sana, onesta e dovuta autocritica. Sono mancate solo le congiunzioni astrali e l’invasione delle cavallette, poi ci sarebbe stato tutto, tranne ovviamente le parole che ci si attende da un allenatore vero, dal condottiero che Milano chiede a gran voce.

Separarsi è un’opzione, quasi sempre triste ma talvolta la migliore. A meno che la società non intervenga in modo diverso: ma non è mai successo.

Metti caso che nei prossimi mesi Milano, nonostante l’impegno di Eurolega, con un nuovo coach riesca a trovare le contromisure per seguire gli esterni di Cantù…      Sarebbe un reciproco “vissuto” di soddisfazione, felicemente lontani.

3 commenti

  1. Ottima analisi della situazione attuale a cui agii ungerei la scandalosa gestione del parco giocatori con una sequenza impressionante di player accantonati: da fontecchio a dragic, da Kalnietis a pascolo …

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