opinioni

Il trionfo di Torino e di Paolo Galbiati in una Final Eight che pone inquietanti interrogativi sulle presunte “grandi” e su alcuni allenatori

Suvvia, come si dice dalle parti del Mandela Forum, se qualcuno avesse detto Torino venerdì mattina l’avremmo preso per pazzo. Evidentemente Paolo Galbiati ed i suoi non la pensavano così. Doveroso riservare un pensiero anche a Luca Banchi, allenatore vero vittima di un sistema che ha tanto, troppo, da rivedere, e certamente non solo in casa Fiat.

E’ il trionfo del buon senso in panchina, del ricorso alle cose semplici, quelle in cui sono mancate le presunte grandi, che escono con le ossa rotte da questa competizione. Non facciamo ridere sostenendo che si trattasse di occasione in cui le sfavorite hanno dato di più perché più stimolate dal confronto: semplicemente Milano, Venezia ed Avellino hanno offerto quanto di peggio potevano proporre. Tecnicamente e psicologicamente, con chiara responsabilità delle rispettive guide tecniche. Firenze era obiettivo nobile anche perché queste tre squadre di ambizioni europee non ne hanno, ognuna miseramente caduta tra Eurolega e Champions, con le dovute proporzioni di valore competitivo.

Semifinali e finali hanno offerto uno spettacolo notevole dal punto di vista emozionale, dimostrando una volta di più che la pallacanestro, anche quando tecnicamente non eccelsa, sa dare qualcosa di unico. Il nostro torneo non è certamente tra i primi quattro del continente, ma alla fine è in grado di trascinare ancora in modo assai intenso: patrimonio da non sprecare e da cui ripartire.

Senza entrare nel dettaglio delle singole gare del sabato e della domenica, già egregiamente raccontate da diversi cronisti e perfettamente offerte da Eurosport, che col suo Player e le sue dirette sta facendo un servizio senza precedenti al nostro gioco, abbiamo valutato la prestazione delle otto partecipanti sperandone alcuni brevi aspetti.

TORINO – Bene, anzi benissimo. Deron Washington è giocatore di squadra eccelso, nonché nettissimo MVP della manifestazione. Boungou Colo è giocatore dalle letture impressionanti per pulizia e linearità. Blue e Garrett, se in controllo, possono fare la differenza. Era e resta squadra che nei Playoff può battere chiunque. Buon compleanno a Paolo Galbiati, 34 enne domani. Grande! Vincere è dura, confermarsi è durissima. Compattare un ambiente dilaniato dalle polemiche era impresa vera e propria, compiuta alla perfezione.

BRESCIA – La Coppa sarebbe stata completamento di un percorso straordinario. La sconfitta in finale non deve diventare rammarico eccessivo, ma sarà difficile digerirla. Questa è ora la grande sfida di Andrea Diana, ottimo coach, cui è mancato solo un po’ di ritmo nelle entrate in attacco dei suoi nelle fasi finali. Ad un passo dal traguardo ma non certo sconfitti. Non è bestemmia ritenere Michele Vitali uno dei primi cinque italiani oggi.

CREMONA – Straordinaria. Parte per salvarsi, si qualifica, già di per sé  impresa, e si gioca la qualificazione all’atto finale al supplementare. Se Kelvin Martin avesse continuato la crescita del campionato, forse oggi parleremmo di un’altra storia, ancor più grande. Meo gestisce come pochi. Menzione d’onore per Drake e per Giampaolo Ricci. Il primo, oltre a metterla sempre quando le gambe rispondono, difende diversi possessi su Vujacic in modo tecnicamente superbo. L’ex Derthona è il miglior difensore italiano sul pick and roll, senza dimenticare di metterla con una certa continuità.

CANTU’ – Da 1 a 10, il voto è 11. Il vero capolavoro di Sodini e compagni? Il rispetto espresso da tanti tifosi milanesi nei confronti del “rivale” per eccellenza. Magia di uno sport fantastico, magia di un gruppo importante, che ora deve continuare a questi livelli. Anche per loro sarà sfida notevolmente dura. Le basi, in campo, ci sono. Il resto è un augurio. Coach Sodini smantella il più blasonato collega Pianigiani giocando per 40 minuti come vuole, senza nulla permettere all’avversario. In semifinale cade solo perché non c’era l’ossigeno a bordo campo.

VENEZIADai campioni ti aspetti ben altro. Basterebbe il primo quarto da 4 punti a chiudere il discorso, ma ciò che stupisce di più è il crollo di un sistema che coach De Raffaele dava l’impressione di aver perfettamente costruito. Al lavoro per tornare su quei livelli, perché le aspettative sono tante, soprattutto in un torneo che non ha più favorite, né vere, né presunte. Se non la mette da tre, è buio pesto. Austin Daye cambi atteggiamento da subito se vuol tornare quello splendido visto a Pesaro.

AVELLINO – Male, anzi malissimo. Altro giro ed altro trofeo che se ne va, senza nemmeno competere. Non è piaciuto nulla, dalla panchina al campo. Jason Rich unica risorsa, Fesenko da 10 minuti, Fitipaldo un fantasma, Filloy sotto il suo livello, Wells punto di domanda. Coach Sacripanti, sempre personalmente apprezzato per la la linearità di conduzione, non incide per nulla: allora quella semplicità è un limite? Come a Rimini, si esce subito. Allora fuori forma, oggi quando pareva la squadra migliore. Playoff ultima chiamata? Eccessivo, perché vince una sola, ma bisogna migliorare e molto.

BOLOGNA – Senza voto. Già senza Aradori, perde pure Ale Gentile quando era pienamente in partita. Peccato, perché questa Virtus, al completo, avrebbe potuto battere chiunque. L’augurio è che i due tornino al più presto, perché la lotta Playoff è durissima e perdere anche due-tre partite potrebbe costare caro. E’ il momento di ricorrere al mercato? La palla la lasciamo ai dirigenti bianconeri. Marzo decisivo.

MILANO – Se per Cantù il voto da 0 a 10 è 11, per Milano è molto meno di zero. Raramente vista, durante l’assegnazione di una trofeo, una squadra così impreparata, impalpabile, disorganizzata e nemmeno supponente. Milano oggi non è niente e la cosa grave è che, vista tecnicamente nei mesi precedenti, sta continuando a peggiorare, nonostante addizioni di livello come Jerrells e Kuzminskas, immediatamente trasformatisi in fantasmi. Progetto tecnico nullo, più che anno zero è livello zero. Dopo sei mesi è inaccettabile. Ripartire ok, ma da dove? Mesi di parole e parole senza senso, per una squadra che non gioca a pallacanestro. Situazione drammatica dalla quale non si esce col solo talento, illusione di effimeri successi parziali.

 

 

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