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Alexej Shved, storia del più grande talento bianco d’Europa (Prima Parte)

Questa storia inizia a Belgorod, 650 chilometri a sud di Mosca. Belgorod, capoluogo dell’omonimo distretto in Russia, letteralmente significa “città bianca”. Ha cenni di modernità, e il numero di abitanti, inferiore alle 400.000 unità, non deve ingannare. Perché Belgorod è un polmone industriale, un piccolo manifesto di grandiosità, un punto di partenza per infrastrutture che regolano la potenza di un paese. Non a caso, la grande produzione ne ha fatto uno snodo ferroviario, punto di partenza, transito e arrivo. In poche parole, cuore.

E poi c’è la storia, che è sinonimo di identità e appartenenza. Nel luglio del 1943, da queste parti, l’Armata Rossa ha respinto la Wermacht nella «Battaglia di Kursk», segnando un punto di svolta cruciale nell’andamento della Seconda Guerra Mondiale. Secondo gli storici, sarà la più grande battaglia di sempre in quanto a mezzi corazzati impiegati.

Ma la nostra, è ovviamente una storia sportiva, cestistica. Perchè nelle “città bianca”, il 16 dicembre 1988, nasce uno dei più grandi talenti “bianchi” del pianeta, Alexej Shved.

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Viktor, nella sua vita, non ha fatto altro che insegnare basket. A Belgorod, ancora oggi, si occupa delle classi più giovani, insegnando l’arte dalla base. I soldi sono pochi, le trasferte le pagano i genitori, e nulla è cambiato. Neanche quando il suo allievo più fortunato, Lyosha, è arrivato sino all’Nba, la Lega più importante e ricca del mondo. Se non per quella Honda che Viktor guida, ogni giorno, da casa alla palestra. Da palestra a casa. E’ un regalo di Lyosha, ma ormai quella Honda ha più di dieci anni. Sono lussi, per modo di dire, che a Viktor si possono concedere.

Perché Viktor a Belgorod è rispettato, quasi temuto. Anche se non è l’uomo più ricco. E’ istruttore di vita e di sport, e Lyosha, appunto, è suo figlio, Alexej Shved. Lui non lo sa, ma un giorno, quando era già famoso, Lyosha ha rischiato di scendere sino al centro di Belgorod in tacchi e minigonna. Una piccola scommessa persa con Nastya, compagnia di una vita. Non si è mai capito se fosse un gioco, o qualcosa d’altro. Ma per fortuna, di giocatori di basket in minigonna, in centro a Belgorod, non se ne sono mai visti.

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A quella bionda ex cheerleader non si può mai dire di no. Anche quando costrinse Lyosha a smaltarsi le unghie di nero. Un’altra piccola scommessa persa. Si sono incontrati quando era un giocatore del Cska. La avvisò subito: «Balli in maniera terribile». Ma da quel giorno, da quell’incontro, Nastya, che sta per Nastasiya Zladitdinova, non si è più staccata da Lyosha, gestendone ogni piega della vita. Ancora oggi, in estate, è possibile incontrarla e Belgorod, ma quel che ama di più è recarsi al Barinkha Luxury Village, nel prestigioso quartiere Rublevka di Mosca. 419e8344eccd11e28b0522000ae902d2_7E’ bionda e graziosa, ha conosciutoPavel Fakeev, un esperto di moda che ogni anno mette via dei capi per Lyosha. Perchè a Lyosha, di fare shopping, proprio non importa nulla.

«Devo sempre stare focalizzato sul basket». Alexej non ha mai fatto altro. Dalle grida di papà Viktor, che da lui ha preteso sempre qualcosa in più, ai primi passi nelle giovanili del Cska. Da Belgorod, non un salto da poco, né un’occasione a caso. Il Cska è riferimento in Russia, non sarà l’Accademia dello Zalgiris Kaunas, ma sono comunque 700 chilometri di strada.

Alexej ha quello sguardo un po’ così, che non ispira simpatia. Sorride a denti stretti, pare quasi canzonatorio, non ha assolutamente la concezione del noi. Vuole avere la palla in mano, ed è un bel problema, essendo il miglior realizzatore di ogni singola partita di quegli anni giovanili. Schierarlo esterno permetterebbe di coinvolgere di più i compagni, ma non c’è possibilità, non c’è scampo: Alexej vuole sempre e solo la palla in mano. Familiarizza poco oltretutto. E poi c’è quel cognome che sa di Svezia. Ma lui, della Svezia, non ne vuole neanche sentir parlare.

Non ci vuole una scienza per comprenderne il valore, e d’altronde la prima squadra del Cska è guidata da uno dei santoni del basket europeo, Ettore Messina. E’ il 4 novembre 2006, davanti a 2.500 spettatori si gioca ancora la Superlega Russa, oggi nel dimenticatoio dopo la nascita della maestosa VTB. Nel Cska gioca gente come Holden e Langdon, oltre che elementi in campo ancora oggi, ovvero Kurbanov, Ponkrashov e Vorontsevich. L’Ural Great non è avversario temibile, la partita è già in ghiaccio dopo i primi 10’, quando il Cska scappa sul 27-7. E’ questo il momento di Shved: saranno 4’, un jumper immediato per lasciare il segno, e quell’immediata volontà di tenere il pallone in mano… nonostante Holden. Shved ne perde uno, a Messina la cosa non fa piacere, ma con un 102-58 in tasca si può anche perdonare.

Qualche anno dopo, quando la NBA busserà alle porte di Alexej, Ettore Messina dirà: «Può essere il suo mondo, e può anche essere il momento giusto per entrarvi. Ma dovrà cambiare modo di essere, e soprattutto dovrà adeguarsi fisicamente alla Lega più dura del mondo. Se dovesse trovare le giuste soluzioni, non avrà problemi». Un’incoronazione, che Ettore Messina deve comunque nascondere all’interno di un monito e di un proposito.

La scalata di Alexej al top del basket russo pare essere già partita, ma nulla è scritto. Shved ha una dimensione famigliare alle spalle importante, non è un ragazzo che ama la vita notturna, ma è spesso vittima delle distrazioni. E poi guarda tutti dall’alto verso il basso, quello sguardo sempre uguale, quella sensazione che durante i timeout sia con la testa da un’altra parte. Parla poco con i compagni, e se lo fa, è solo per rimproverarli di non avergli passato la palla.

Solo due mesi dopo quella gara con l’Ural, il 17 gennaio 2007, fa il suo esordio in EuroLeague. Nel «derby» contro lo Zalgiris di Paulius Jankunas, il Cska si impone 88-72, e lui stacca due minuti di gioco senza lasciare particolari segni. In un disegno tattico dove brilla anche Tomas Van Der Spiegel, lo spazio è poco, e a febbraio, giochi del destino, è tempo di prestito al Khimki.

Sono mesi di formazione, che vanno oltre le occasioni personali, perse in un pugno di partite dove non c’è neanche il tempo di lasciare il segno. Nel 2007-2008 arriva un’EuroLeague da comparsa, la stagione 2009-2010 inizia con Evenij Pashutin in panchina, e il rapporto non esiste. Con un totale di 16 minuti raccolti in tre mesi, il 3 dicembre 2009 arriva un nuovo passaggio in prestito, alla Dinamo Mosca.

Pashutin ha una pesante eredità da gestire, e decide di non distaccarsi dalla vecchia guardia. Il club ha dal canto suo la necessità di valorizzare quel che considera un patrimonio autentico. Il vicepresidente del Cska, Natalia Furaeva, ci terrà a precisare: «Abbiamo un contratto a lungo termine, e crediamo sia il futuro di questo club. Ora, è importante che non rallenti il suo processo di crescita». Shved è al settimo cielo: «Sono pronto a giocare in ogni posizione», ma in realtà vuole solo una cosa, la palla in mano.

La Dinamo è una realtà vera, reduce dai quarti di finale di EuroCup. Con Shved al comando chiude in quarta posizione il massimo campionato russo, e pur fuori dalla VTB impressiona con l’accesso alle semifinali scudetto. Vincerà il Cska, 3-0, arrivando al titolo, ma il destino di Shved è finalmente definito.

Nell’estate 2010, Shved torna al Cska con un nuovo status. Non è quel che cerca, anche se in panchina non c’è più Pashutin, ma Jonas Kazlauskas. In campo ci sono sempre giocatori come Trajan Langdon, Ramunas Siskauskas e Jon Holden, la palla in mano non arriva mai, e il Cska balbetta. In patria chiude la stagione in seconda posizione, conquistando il titolo nazionale, ma in VTB, per la prima e unica volta nella storia della competizione, si deve arrendere in finale al Khimki di Keith Langford.

Un disastro. Il club, dopo un’EuroLeague anch’essa non all’altezza, nell’estate 2011 alza il tiro. Confermato il discusso Kazlauskas in panchina, arrivano top europei come Milos Teodosic dall’Olympiacos, Nenad Krstic dai Boston Celtics, Darjus Lavrinovic dal Fenerbahce e, soprattutto, la leggenda nazionale Andrej Kirilenko rientra dal decennio NBA con gli Utah Jazz.

Alexej, che nella prima stagione ha ottenuto spazio soprattutto nel campionato russo, ritrova nel rinnovamento la giusta occasione. Il minutaggio salirà sino ad abbattere il muro dei 20’ di media, chiudendo in doppia cifra realizzativa in patria, come in EuroLeague e in VTB.

Ma c’è poco da fare, la palla in mano, con Milos Teodosic, resta un’utopia. Quel Cska non è cosa sua, è solo un trampolino per puntare ancora più in alto. A 24 anni le priorità possono già essere chiare, non le vie e i mezzi. Shved non è uno che si sbatta in difesa, nonostante le braccia lunghe e un fisico importante per la dimensione europea. Shved si mette in un angolo e aspetta le sue occasioni, adeguandosi ad un’orchestra diretta da altri.

I risultati non sono da buttare, e il CSKA arriva sino alla finale di EuroLeague. Peccato che, quel 13 maggio 2012, si consumi davanti ai 16.000 del Sinan Erdem Dome il primo di una serie di drammi ricorrenti nella recente storia del Cska. Contro un Olympiacos che pare spacciato, incapace di andare oltre i 20 punti del primo tempo, sotterrato dal mastodontico terzo quarto di Milos Teodosic, apparentemente affondato da un layup di Shved per il +19… Contro tutto questo, arriva un’amarezza che segna la carriera di tutti e 24 i giocatori in campo.

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Le immagini sono ancora vive, anche per Alexej. Lo sguardo fisso su Siskauskas in lunetta a poco meno di 10’’ dalla sirena sul +1. Le parole di Kazlauskas che scivolano, come quelle di tanti altri coach prima e dopo di lui, sulle sue spalle esili…

Sul secondo errore del lituano si ritrova accoppiato a Spanoulis in fase di transizione. Supera il primo blocco di Hines, ma perde il fenomeno greco sulla seconda partenza a sinistra poco prima dell’arco. Teodosic aiuta, Kirilenko chiude l’area lasciando libero Printezis, il resto è silenzio nel caos. Alexej vede Teodosic alzarsi la canotta sino alle orecchie nonostante resti quasi un secondo da giocare, sente un fischio che pare un timeout e poi un lungo lancio della disperazione.

«Meno male che ci sono i Giochi Olimpici» pensa Alexej. Un’altra storia. Ve la racconteremo. (1- continua…)

Alessandro Luigi Maggi

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