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Jordan Theodore trascina Milano: un brutto Barça si arrende alla voglia dei milanesi

Il primo successo di Milano in Eurolega è assolutamente targato Jordan Theodore. Vi sono altre annotazioni positive tra i biancorossi, ma è impossibile allontanarsi dal nativo di Englewood per trovare le ragioni di una vittoria che conta parecchio e che è stata fortissimamente voluta, nella serata in cui la cifra tecnica espressa è sicuramente meno elevata delle tre esibizioni precedenti. Ma la differenza, oltre a JT, la fanno quelle piccole cose che erano mancate, ovvero la capacità di sporcare la gara quando dovuto e le letture delle difficoltà avversarie, nonché l’ormai conclamata forza di non mollare di fronte ai parziali avversari, vera differenza rispetto alla stagione scorsa, in cui tutto ciò avvenne, in modo eclatante, solo con il Darussafaka.

Vittoria importante, si diceva, fondamentale in questo momento, nonostante le rassicuranti parole del coach in sala stampa, che ha parlato di «situazione che non sarebbe cambiata in caso di sconfitta». Vero che il lavoro fatto sinora è buono e che vittoria e sconfitta non sono l’unico termine di giudizio, ma quel «eravamo mentalmente pronti a partire 0-4 o 0-5» tradisce una scarsa conoscenza del contesto milanese. Qui è diverso, si va alla cassa con grande frequenza e spesso il cassiere stesso è proprio chi non ti aspetti.

Nei consueti 5 punti di #eurodevotion si prova a separare alcune situazioni  che possono aver avuto peso maggiore di altre, nel contesto della gara e delle sue conseguenze.

  • La capacità dell’Olimpia di non cader di fronte alle mazzate avversarie, a Mosca come col Fenerbahce, a Madrid come ieri sera, non è un caso. Il lavoro di Pianigiani, in linea con tanta parte della sua carriera, dà parecchie certezze ai giocatori in termini di semplicità. Di fronte al pericolo, di fronte al precipizio,, dopo essere stati spinti al limite di tutto ciò, gli atleti possono rifugiarsi in queste regole chiare e facilmente interpretabili, sia da quelli col QI cestistico più alto, sia da quelli con maggiori difficoltà. Si sa bene cosa viene chiesto: fondamentale per dare tranquillità anche all’interno di momenti complicatissimi. Interessante l’alternanza del messaggio psicologico che arriva dalla panchina, che può passare dal lancio della lavagnetta di Cremona ad un paterno abbraccio a chi è in difficoltà contro il Barcellona.
  • I primi due quarti sono un insieme di errori e nefandezze cestistiche difficilmente riscontrabili a questo livello. Il canestro di Micov, che porta il punteggio sul 12-14, completa sei minuti in cui ogni punto segnato è frutto di un errore dell’avversario, da un parte come dall’altra. Il 15-2 blaugrana, cui seguirà, il 20-5 biancorosso per chiudere la prima metà gara sul 39-39, sono parziali in cui vi è molto più demerito di chi subisce rispetto al merito di chi impone. Ed anche per questo assume maggior importanza il successo Olimpia: vincere nelle difficoltà e nel momento in cui riesci a fare pochissimo di quel che vorresti è sintomo di positività del lavoro in corso. Ed allora ci lega al punto precedente, a quei concetti chiari e semplici cui attaccarsi per non trasformare una pioggerella autunnale in un diluvio. Esempio più chiaro è il 2+1 di Bertans per il 29-37, vero “turning point” della rimonta: da dove arriva? Un semplice e classico “arresto e tiro”.
  • L’impatto dei centri milanesi è notevole. Seppur in difetto di tecnica e di movimenti da reali “big men” (Tarczewski molto peggio di Gudaitis), entrambi portano il loro contributo fondamentale: 18 punti e 19 rimbalzi con 6/11 globale, mai senza energia e presenza. Seraphin era minaccia seria, dopo le ottime prove delle ultime gare: autore di una gara poco intelligente, senza mai andare dove può fare la differenza, viene distrutto al pari di Tomic. Il fatturato dei pari ruolo catalani è 13 punti (6/15) e la miseria di 3 rimbalzi. Il 41-32 sotto le plance dice molto sul perché di una vittoria.
  • In un mondo in cui il “pick and roll” la fa da padrone, la gara tra due delle squadre col minor “vissuto” (il giorno che il coach non ne parlerà più suoneranno le campane del Duomo a festa…) evidenzia pesanti lacune da entrambe le parti in difesa. Non può bastare una semplice rollata di medio livello a far saltare il sistema difensivo, soprattutto se gli altri tre non è che si muovano in stile Spurs. Ante Tomic è una delle ragioni principali della sconfitta Barça. Sbaglia in almeno quattro occasioni conclusioni che dovrebbe metter bendato, gravissima quella in cui si ritrova davanti Bertans, al ferro, e riesce dapprima a non portarsi a casa avversario e tabellone, poi a sbagliare uno dei due liberi. Una carriera di panna montata, il problema è che è sempre mancato il pan di Spagna alla base. Jordan Theodore, uno che sa leggere il momento della gara con un senso del dramma con pochi eguali, capisce dove e come si vince, distruggendo quella difesa proprio attaccando il fondamentale difensivo che fa acqua: Mantas Kalnietis, da inedita guardia realizzatrice, stavolta c’è.
  • Sito Alonso è in difficoltà, chiara ed evidente. Barcellona non è Vitoria e tutto il rumore sull’asse catalano-basca del mercato ha certamente il suo peso. Adam Hanga, che è stato il Neymar dell’estate cestistica, gioca col peso di un contratto che ancora nessuno sa se meritato oppure semplice follia. L’ungherese è un fior di giocatore, ma, difesa a parte, è ad anni luce dal suo rendimento medio. Che quando c’è stato, vedi Belgrado, ha cambiato il volto della sua squadra permettendo un recupero che, sebbene non completato con una W, ha dato segnali ben diversi rispetto a ieri. Lo stesso Moerman, al pari di Koponen, è irriconoscibile, mentre la serie di Navarro nel primo tempo è l’eternità del gioco, così come Thomas Heurtel è il gioco. Quell’arcobaleno dai due metri resta la cosa più bella vista sinora quest’anno.                                                                                                                        Sarebbe stato interessante chiedere al bravo coach come mai non vi siano contromisure sulle penetrazioni, con o senza blocco, come mai non si vada con continuità da Seraphin cercando ricezioni più profonde, piuttosto che il perché di tanto Tomic con Oriola da spettatore nel momento decisivo, quello in cui il Barça avrebbe potuto allungare. Cos’è successo alla macchina perfetta che ha distrutto il Pana solo due settimane fa? Non può bastare sentirsi dire che si è persa la gara alla fine del secondo quarto, permettendo il rientro milanese, perché quello lo hanno visto tutti. Non vi è nulla di casuale nel gioco ed il bello della comunicazione, ai giorni nostri, è poter capire, attraverso le parole dei protagonisti, i perché di quel che accade in campo. Le quattro  righe del bellissimo sito di Eurolega, stavolta, non possono bastare.

 

 

 

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