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AllenatoriSeason 2018/2019

La straordinaria unicità del mondo vincente di coach Obradovic

 

Il conteggio dei suoi trofei sarebbe già sufficiente a darne un’immagine precisa e completa. Assolutamente impietoso sarebbe invece paragonarne la carriera a quella dei suoi colleghi, a parte pochissimi, che oggi non stanno necessariamente da questa parte dell’oceano.

Zelimir Obradovic è il più grande esponente della categoria degli allenatori di pallacanestro del continente europeo, nonché tra i primissimi considerando tutto il globo. Ciò che lo ha reso, lo rende e lo renderà sempre più straordinario è la capacità di aver imposto la sua pallacanestro per almeno tre decadi, all’interno delle quali  si sono verificati cambiamenti notevolissimi nella concezione del gioco. Imporsi ed adattarsi, con equilibrio e barra sempre dritta: se esiste un segreto di questo inimitabile coach, forse sta in tutto ciò.

Si è detto e scritto tutto sulla sua ormai dichiarata leggenda e non poteva essere diversamente. Capitoli dalla totale unicità, perché il Pana del trio delle meraviglie non poteva essere come quello del 2011, così come Badalona fu situazione assai lontana dal progetto turco legato all’attuale Fenerbahce: minimo comune denominatore lui, il coach. Ed un gioco che fa suoi concetti di assoluta semplicità accompagnati da una cura del dettaglio che non è corretto definire maniacale, quanto assolutamente funzionale alla maggior efficacia possibile da raggiungere per il giocatore e la squadra. Si tratta di scienza accessibile a tutti? Sì, a tutti quelli che lavorano con la sua straordinaria costanza e passione. Quindi, forse non per tutti…

Analizzandone alcuni principi, entrando nel particolare di determinate situazioni tecniche, si capisce abbastanza facilmente come essere parte del suo sistema sia un privilegio per ogni giocatore, che tuttavia va guadagnato quotidianamente.                        L’approccio psicologico e tecnico è una lezione che va ben oltre la pallacanestro,  probabilmente con radici nella complicata gioventù del coach: all’apice della carriera agonistica, allora compagno di Divac e Paspalj, affrontò un anno di prigione per aver causato un incidente automobilistico. Il sogno del giocatore finì praticamente lì, ma ne inizio un altro la cui alba è ancora lontana.

Venendo ad un profilo più tecnico, le sue letture e situazioni, si diceva, sono alla portata di tutti: piccolo particolare, lui le impone da decenni senza che gli avversari ne vengano a capo.                                                                                                                                                    Lo scorso anno Jasmin Repesa mi disse una cosa tanto scontata quanto importante, a riguardo. «Tanti coach vedono un clinic di Obradovic ed il giorno dopo vanno in palestra ad eseguire la cosa che credono di aver appreso: il problema è che non la sanno insegnare come lui e non hanno i giocatori che ha lui, in grado di capirla e renderla semplice».

«Devo avere risposte per ogni domanda di un giocatore, intelligente o stupida che possa essere quella domanda». Pronti, via! Coach Zelimir ha già le chiavi dello spogliatoio.

«Il contropiede è una bella cosa, ad agosto tutti vogliono correre, poi, col progredire della stagione, gli infortuni, i viaggi etc cominciano ad essere stanchi e le cose cambiano». Ed anche qui, l’impressione è quella di una conoscenza tanto lineare quanto approfondita della categoria di uomini con cui ha a che fare.

«Nessun problema, perché giocare “fast” è più importante che fare “fastbreak”». In sostanza, ascolto tutti, ma poi li porto sul sentiero che traccio io.

«Spesso sento parlare di difesa match-up, ma francamente me ne frego. Non ho esattamente capito cosa sia, anche perché il mio sistema di gioco si basa su tre chiamate che sono in grado di attaccare qualsiasi schieramento difensivo». A livello di semplificazione, siamo già alla laurea.

«Voglio che il mio playmaker non guardi la panchina per sapere cosa chiamare: abbiamo tre set validi, che scelga ed attacchi senza perdere tempo».

«In una delle nostre tre chiamate base (Fist-1 move-2 side) voglio far giocare il pick and roll dal nostro 3, che deve essere il miglior lettore di reazioni della difesa. Ma ogni singolo movimento degli altri sarà volto a ricevere la palla per una soluzione offensiva».

Dettagli decisivi? Esempio semplicissimo: 1 inizia il gioco, passa a 2 in posizione di guardia (sul prolungamento della linea di tiro libero, oltre l’arco) e taglia. Da piccoli si chiamava “dai e vai”: quante volte abbiamo visto i vari Sloukas o Dixon rapinare due punti su quel movimento, piuttosto che passarla poi in angolo sul lato debole  per i vari Datome o Kalinic? Basta vedere quante volte accade a San Antonio sulla chiamata “strong” e se ne può pesare il successo.

«Spesso i big mi chiedono un gioco per loro. Io lo ricavo dal nostro sistema, ad esempio, se ho un centro forte, faccio in modo di arrivare a farlo giocare 1vs1 in area». Obradovic non si piega a nessun capriccio dei suoi giocatori: si fa e ci si arriva attraverso quel sistema. Interessante come in tempi meno recenti, durante il periodo al Pana, sottolineasse maggiormente la forza di un attacco che andasse in post basso, non importa se con 1 o con 5. Ed erano i tempi in cui i suoi colleghi lo accusavano di usare troppo “p&r”. Domanda: ma se hai Spanoulis, Diamantidis e Jasikevicius nella stessa squadra si tratta di scelta perfetta o abuso?

A proposito di attacco col “p&r” e di letture della difesa, ha un messaggio abbastanza efficace per i suoi esterni: «Vergognanti se non attacchi un lungo che ha cambiato!»

“Spacing” e “timing” sono chiavi di lettura che ogni coach, oggi, ci dà del suo gioco. Le differenze, nel caso del maestro di Caçak, stanno nel tipo di spaziature richiesto e nei tempi di esecuzione dei movimenti.

«Teach you players to watch the ball, always!!!» Urla ferocemente durante un clinic in cui un giocatore taglia distrattamente. «Ogni cosa che facciamo sul campo dev essere fatta con gli occhi alla palla, perché atta a portare una minaccia alla difesa». Per quelle spaziature di cui si diceva, ad esempio, nella situazione di “p&r” centrale, la posizione ed il movimento del 4, è ben diversa da quella voluta, in analoga situazione, dal suo avversario di questa sera, il coach senese Simone Pianigiani. Ancora una volta, piccoli dettagli che però, se analizzati a fondo, danno piena dimensione della grandezza di un modo di allenare e delle abissali differenze coi rivali.

 

Il gioco del serbo prevede un maggior movimento e coinvolgimento reale di almeno 4 giocatori su 5, mentre solo 1 resta confinato a terminale (spesso in angolo) per gli scarichi e successiva tripla od attacco al “close-out”.

Guardandone i set e le esecuzioni, ogni 5 minuti ti viene in mente di poter affermare che il giocatore nel ruolo X sia quello chiave: in realtà dopo pochi istanti pensi ad Y, poi a Z e così via, finché non ti convinci che la realtà dice di un sistema perfetto in cui la chiave è solo l’efficacia di squadra, senza sbilanciamenti particolari a favore di 1 piuttosto che 3 o altri.

Attraverso i tre giochi precedentemente menzionati, il coach ci dimostra come «sul lato debole, tutti o quasi giocano a zona». Interessantissimo questo passaggio che ci porta ad un piccolo, ma chiarissimo,  ricordo riguardante la finale italiana 2014. Luca Banchi, contro la Siena di Marco Crespi, scelse di difendere diversamente da quanto dice Zelimir: 2vs2 sul “p&r”, spesso Haynes-Hunter, e poi faccia a faccia sugli altri, per togliere quegli scarichi, con relative triple od attacco dei “close-out” di cui si diceva. Secondo il maestro serbo, in Europa ciò è assai improbabile.

Tornando ai tempi dell’attacco, ribadendo il suo concetto secondo cui «giocare rapidamente è più importante del normale contropiede», diventa assai chiarificatore come si esprime sul gioco degli anni ’80 e ’90. «Una volta si vedeva il playmaker palleggiare sul posto ed attendere almeno una decina i secondi per scegliere cosa fare dopo aver capito la difesa. Voglio che il mio 1 attacchi e lo faccia subito: abbiamo un sistema per farlo».

La passione con cui cerca di trasmettere i suoi concetti, in diversi clinic, l’enfasi con cui in uno più datato, difende le sue scelte (la già citata accusa di abuso di “p&r”) ed elenca le 51 diverse situazioni offensive del suo Pana, secondo studio dell’allora suo vice Itoudis, l’orgoglio con cui nomina altri fenomeni della panchina da cui ha potuto e saputo prendere questa o quella cosa: questa è la purezza cestistica di coach Zeljko. Che chiude sempre ogni discorso con una frase che è suo manifesto ideologico, che dovrebbe valere per tutti: «Play basket, enjoy the game».

Sulla difesa, altro tema che meriterebbe un’enciclopedia, è ancor più diretto: «Quando sento dire che la difesa è una questione di voglia penso che non esista dichiarazione più stupida. La difesa è lavoro quotidiano e sacrifico, per qualsiasi squadra. E non ho mai visto una squadra che difenda bene senza saper eseguire almeno 5 rotazioni».

Per i suoi colleghi ha un consiglio ancor più esemplificativo della propria mentalità: «Ogni giorno andate in palestra e pensate che la prossima partita vi vedrà affrontare qualcuno che vorrà rendervi la vita sempre più difficile. Lavorate per quello, se non lo fate è finita. Il nostro lavoro è saper reagire continuamente durante la partita ed allenarci a farlo».

“DOBRODOSAO U MILANO, TRENERU OBRADOVIC”. Peccato sia solo per una notte, Dio solo sa quanto vorremmo che durasse stagioni intere… Ma almeno di questa notte, non si può perdere nemmeno un istante.

 

 

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