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EUROLEAGUE SEASON PREVIEW (pt 2)

Olympiacos – Anadolu Efes – Zalgiris Kaunas – Olimpia Milano

 

OLYMPIACOS PIREO

Risolvere una dipendenza creando fonti alternative al gioco offensivo. Ioannis Sfairopoulos, padre della miglior difesa d’Europa, riparte da una vincente stagione europea, chiusa con il fallimento nazionale. Essere spettatori del grande-slam ellenico del Panathinaikos ha di fatto aperto vecchie ferite, e reso concreti i dubbi di mesi e mesi di lavoro. Quando conta, il biancorosso si accede solo con Vassilis Spanoulis e Georgios Printezis, ed è giunto il momento di dire basta.

Non che le bandiere debbano essere ammainate, soprattutto per il valore dei due elementi, paradossalmente in crescita rispetto alla stagione precedente, e comunque fondamentali come guide emozionali del tutto. Ma l’alternativa è necessaria, da qui un mercato di addii anche pesanti per donare a Sfairopoulos un gruppo polifunzionale. Certo, Khem Birch ad Orlando è stata sorpresa, e anche Erick Green (ora a Valencia) aveva dimostrato di poter rispondere positivamente ai momenti di sovraesposizione, soprattutto in Europa. Per due rinunce, tuttavia, ci sono anche sacrifici necessari, ovvero quei Patric Young, Daniel Hackett e Matt Lojeski che fisicamente non sapevano più dare garanzie.

Il prodotto è quindi un mercato a medio-lungo termine (a giudicare dai contratti), sempre improntato sulla natura difensiva del timone. Brian Roberts, di ritorno in Europa dopo l’esperienza Nba, è ottimo cambio di ritmo rispetto a Spanoulis e Mantzaris, oltre che potenziale secondo violino di una batteria temibile dall’arco capeggiata dall’ex Bamberg Janis Strelnieks. Dal certo all’incerto, ovvero il reparto lunghi. Hollis Thompson e Kim Tillie possono essere il giusto sbocco per i p&r di Spanoulis o Strelnieks, oltre che valenti piedi difensivi unitamente all’ex milanese Jamel McLean. Ma dopo una stagione a tre teste con Birch-Milutinov-Young, il pur ottimo Borgris in accoppiata con il serbo cancella l’impatto fisico-atletico che l’Europa stregò.

ANADOLU EFES

Credere di essere qualcosa di diverso, per poi risvegliarsi nel medesimo limbo dei predecessori. Strana sorte per Velimir Perasovic, uomo del cambiamento che il cambiamento non ha ottenuto all’Abdi Ipekci, ma solo guardando i risultati. Per una Final Four mancata d’un soffio al Pireo, c’è un campionato terminato al cospetto dello stesso carnefice di Dusan Ivkovic, Ufuk Sarika.

Questo il primo sguardo superficiale, pur non dimenticando la valenza di quel che compare o non compare in bacheca, perchè in profondità il coach croato ha modificato, e sta modificando, profondamente l’anima dell’Anadolu Efes. Da un coacervo di campioni ad un roster di impatto, cui tuttavia non si può sottrarre una necessità: vincere molto e subito, visto che lo stesso contratto di Perasovic dice 30 giugno 2018.

E allora, dentro con i piedi pesanti, dicendo no a Heurtel, Honeycutt, Granger e Paul su tutti. Meglio affidarsi alla velocità e alla leadership di Errick McCollum, già vincente con Ergin Ataman al Galatasaray, e capitalizzare il vero capolavoro della gestione Perasovic, ovvero la crescita a tutto campo di Bryant Dunston (non a caso fresco di un nuovo e milionario biennale). Al loro fianco, non dimenticando la pesante assenza di Cedi Osman (mai decisivo, comunque, nei momenti cruciali), tanti faticatori dei parquet europei, ovvero il lungo atipico Brock Motum (una mezza stagione di altissimo profilo allo Zalgiris), l’atletico Josh Adams (a cui è richiesto un salto di qualità per diventare fondamento difensivo), il faticatore Vladimir Stimac, il sostanziale Edo Muric e il tiratore Kruno Simon.

Nomi di contorno, che non possono bastare sull’asse McCollum-Dunston. Dubbi, che evidentemente lasciano il passo al vero ago della bilancia: Derrick Brown. Giocatore senza eguali in Europa, attaccante completo capace di difendere su quattro spot, saprà tornare ad essere totale (e continuo) riferimento anche ai massimi livelli europei come nell’ultima stagione di Krasnodar?

ZALGIRIS KAUNAS

Un coach al centro del progetto. Più di Alonso, Itoudis e Sfairopoulos, quanto forse i soli Obradovic e Trinchieri. Questa la scelta dello Zalgiris, che ha elevato Sarunas Jasikevicius a massimo responsabile e massimo investimento, ben sapendo che ogni cosa ha una data di scadenza.

L’ossessione della vittoria è così diventata un “mantra” alla Zalgirio Arena, pur producendo dal sentimento un istinto più che una necessità. Ne nasce così un progetto affascinante nato col sorriso, per un dosato connubio di scommesse e giocatori in cerca di rilancio. Ovvero quel che lo Zalgiris può offrire, nonostante il campionato di livello più basso dell’intero, massimo panorama europeo.

Jasikevicius dalla panchina, Jankunas in campo, senza più la voce pesante di Javtokas. Certezze, in un mercato che ha sancito il fallimento Augusto Lima, ma anche il giusto lavoro (dunque in uscita) su Leo Westermann e Lukas Lekavicius. Meglio allora guardare a chi ha resto il Monaco una realtà a livello europeo, la coppia play-pivot Dee Bost-Brandon Davies, sommando in regia Visilije Micic. L’ex astro nascente del basket europeo, che convinse il Bayern Monaco di Svetislav Pesic al pesante investimento, ottiene l’ultima e massima opportunità: rinascere nelle mani di un maestro del ruolo.

Il mercato è tutto qui, in una miriade di conferme dal mercato interno senza alcuna scoperta degna di nota. Senza certamente dimenticare Axel Toupane, discreto atleta senza numeri eccelsi nello spot di ala piccola, in cerca di certezze dopo due stagioni ai margini di un’occasione Nba.

OLIMPIA MILANO

Fanalino di coda da due stagioni, l’Olimpia Milano cerca una dimensione europea ripartendo dal terzo progetto reale dell’era Armani. Dopo Banchi e Repesa, tocca a Simone Pianigiani, rinfrancato dall’esperienza di Gerusalemme dopo l’amaro calice nazionale.

E in una dimensione collettiva più che individuale, la società non ha badato a spese, consegnando al coach senese una squadra consona alle sue corde pur senza risolvere alcune questioni del fallimentare passato. Mantas Kalnietis e Zoran Dragic, titolari di un contratto pesante e tagliati fuori dalla rotazione nazionale, sapranno essere riferimenti di un roster profondo o si ridurranno a zavorre di difficile soluzione?

Una domanda tra le tante, ben inteso, come contorno di una certezza. Se la Milano di Repesa, dopo l’addio di Gentile, non aveva un riferimento condiviso (nelle idee del coach, come nelle azioni di ogni singolo giocatore), quella di Panigiani pare tornare all’era Banchi, con un direttore d’orchestra come Jordan Theodore, e un risolutore individuale dell’entità di Andrew Goudelock.

In contorno giocatori di sistema rodati, Micov e Bertans, o talenti da definire, M’Baye e Jefferson. Per arrivare al capitolo caldo, sotto canestro. Dopo la tragica esperienza Raduljica, un possibile mostro a tre teste di peso assicurato: Gudaitis-Tarczewski-Young. E proprio l’ex Olympiacos, al rientro a dicembre, potrebbe essere l’insperata scaletta per una sorprendente ascesa.

Alessandro Luigi Maggi

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