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#EUROBASKET2017 – DAY 2

Qualche campione (pochi),  diversi beni giocatori ed altrettanti  brocchi, nel senso più chiaro ed inequivocabile del termine. E’ la sintesi della seconda giornata degli europei. Con qualche indicazione importante che spiega perché paesi come Spagna e Francia siano anni luce davanti all’Italia.

Si apre con un Belgio che batte nettamente la Gran Bretagna, tirando la bellezza (…) di 38 volte dall’arco, col 36,8%, dominando poi in quasi tutti le voci statistiche: 47 a 33 a rimbalzo, 5 punti a zero in contropiede (su 103 segnati, è meglio riflettere), 63 a 28 i punti dalla panchina, 21 a 10 i “second chance”. Sotto solo nei punti in area, 48 a 24 per i poveri britannici, sbeffeggiati dalla loro stessa UK SPORTS, che li ha definiti “senza possibilità”. Ora, non credendo che Dan Clark e Pierre Antoine Gillet guadagnino cifre spropositate, ci si chiede, senza pensare a Van Rossom, perché dalle nostre parti gli si preferiscano alcuni USA deprecabili. Ah, guarda che strano, giocano tra Francia e Spagna e non al Real, al Barça od a Vitoria…

Interessante pallacanestro quella dell’Ungheria, che a lungo tiene in scacco una Croazia bruttissima, salvata solo dalle doti balistiche di Bogdanovic (Bojan) nell’ultimo spicchio di gara. Peccato per l’infortunio ad Adam Hanga, in alcune movenze veramente notevole. Sulle ali di David Vojvoda, Zoltan Perl e Janos Eilingfeld, i magiari dominano incredibilmente a rimbalzo e sul profilo del ritmo. Sono quelli che sono a livello di talento, ma danno il 101%, sia tecnicamente che come applicazione, sfoggiando un ritmo notevolissimo. Non andranno lontano, probabilmente, ma complimenti a coach Stojan Ivkovic. Molto deludente la Croazia, che dovrebbe avere talento a volontà per dominare gare come questa. Ma senza playmaker non si va lontano: se poi scioperano pure i lunghi…

La sfida più bella del torneo, e di dubbi non ce n’erano, va in scena tra la Serbia e la Lettonia. Moli errori anche qui, vero, ma una dose di talento, di giocate individuali e di squadra, di agonismo e di durezza che in questa competizione sono secondi solo alla Spagna. Da una parte la purezza senza limiti di Porzingis, l’evoluzione di Dairis Bertans, la concretezza e pulizia del fratello Davis, imprigionato in un ruolo (4) che gli toglie molto (è un 3 fatto e finito). Peccato che Strelnieks sia un passo indietro e che Timma si perda in troppi agonismi eccessivi, ma questa squadra ha molto d’altro ed ha chiarito a tutti come sia destinata, se capace di gestire i vuoti di concentrazione tipicamente baltici, ad arrivare lontano. Per talento solo la Spagna è superiore. Dall’altra parte i nomi sono due, uno in campo ed uno in panca: Bogdanovic e Djordjevic. Fa specie definire il primo come “quello forte” rispetto all’omonimo croato, vista la stessa forza di questo, ma Bogdan è talmente musicale e concreto da far impallidire chiunque al suo confronto. Sasha in panchina sta svolgendo un lavoro che, se dovesse dare una medaglia, sarebbe capolavoro ancor maggiore dei recenti fasti mondiali ed olimpici. Quale coach non starebbe a piangersi addosso, visto che i suoi assenti sarebbero favoriti da soli per l’oro? E venir fuori da 10-22 iniziale e dal 73-75 coi lettoni in parziale aperto è stata gestione purissima.

Boscia nulla poteva conto Scariolo ed è stata splendida la sua consapevolezza nell’allenare una squadra che avrebbe potuto prenderne anche 60 (ok, 39 son tantini, ma non tutti quelli che ci stanno tra le due squadre. Tranquillo gestore di una situazione che da oggi diventa alla portata, con la sfida, per nulla facile, all’Ungheria. Un po’ deludente Dubljevic, ma ora vedremo con avversari più alla sua portata, mentre Vucevic con questi ci sta eccome. La Spagna? Lo sconfinato talento è accompagnato da uno Scariolo che stupisce ogni giorno di più, in continua crescita come coach. Il fatto di non averlo mai amato più di tanto me lo rende ancora più grande, perché questa nazionale iberica “gioca da Dio” e l’unico limite potrebbe essere quello di specchiarsi troppo nella propria bellezza. Facile con questi campioni, si potrebbe dire, ma sarebbe l’errore più grande: gestire alla perfezione personalità e talenti di questo calibro è impresa riservata a pochi coach, gente da Olimpo. Ecco, Don Sergio è tra questi, assolutamente. E noi, in Italia, l’abbiamo lasciato andare bollandolo assai negativamente.

Tomas Satoransky è di un’altra categoria ci mette 33 minuti per chiarirlo. Come si sapeva, MVP potenziale se non fosse in un contesto scarsissimo. Classe e fisico di valore assoluto, che bello vederlo. Da sempre. Cechi tranquilli sulla Romania in cui splende la stella, non proprio scintillantissima, di Vlad Moldoveanu, predicatore nel deserto più di quanto non lo sia Satoransky stesso tra i suoi. A livelli ben diversi.

Sfida determinante quella che ha concluso la giornata e la W russa rischia di pesare eccome. Chiariamoci sul concetto di bello: 38 palle perse, di cui almeno 20 da under 12, non hanno nulla a che fare col bello. Emozioni? Sì, perché la magia del basket rende interessante e coinvolgente anche uno spettacolo osceno come quello offerto da Turchia e Russia, ma oltre non andrei proprio. Aleksei Shved è il tutto di questa gara, nonché il talento più maledettamente indolente d’Europa. Ma ragazzo mio, perché non vuoi provare a diventare quello che gli Dèi del basket ti hanno riservato? La tripla finale è il manifesto culturale della sua onnipotenza, che purtroppo si accompagna ad un’applicazione difensiva che ricorda il ritmo di una partita a scopa in un bar di provincia e ad alcune perse nemmeno descrivibili. Mozgov, a questo livello, è dominante, mentre lascia limitatamente perplessi la prova di gente come Kurbanov, Fridzon e Vorontsevich: l’ala protettiva di Teodosic e De Colo ha “dopato” troppi giudizi, forse. E’ ora di venire fuori se si vuole stare coi top. La Turchia riesce nell’incredibile impresa di non batter una squadra che per almeno dieci minuti ha gettato palloni al vento in modo assurdo. Coach Sarica, invece di parlare di arbitri, farebbe bene a provare a creare una squadra da un manipolo di carneadi tra i quali svetta solo la classe pura di Cedi Osman, che spiega bene perché in NBA si crede in lui. Sempre ottimo l’apporto di Erden, che quando veste questa maglia si trasforma.

Ed eccoci alle consuete cinque cose che fanno saltare sul divano, nel bene come nel male.

  • Arbitri, ancora… Troppo protezionismo, contatti leggerissimi sanzionati e “porcherie” lasciate correre in forma e sostanza. Vedi i falli di Porzingis, che rovinano una partita. Ma questi fischietti conoscono il gioco?
  • Porzingis e quella partenza in palleggio da guardia. mai vista una cosa simile, dai tempi di James Worthy, che non era però 221cm e non tirava da tre così.
  • I fratelli Gasol, gli Hernangomez ed i Bertans, in rigoroso ordine. Dedichiamo un monumento alle loro mamme?
  • Dopo due giorni ed undici partite, alla dodicesima si è visto un backdoor, perfettamente letto da Vorontsevich. Dai che magari oggi ce ne scappa un altro, anche se ora, nelle riunioni e negli shootaround, si starà certamente parlando di pick and roll…
  • Kulagin che attacca il raddoppio del pressing turco con una bella virata: prendere il video e segretarlo, nella speranza che nessun debole di cuore lo possa rivedere. La seconda volta sarebbe letale.
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