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Season 2018/2019Squadre

SE L’ITALIA E’ QUELLA DI MESSINA..

Tre giorni al via di #eurobasket e le possibilità che vengono assegnate agli azzurri vagano dal nulla al… tutto. Francamente difficile capire cosa potrà accadere alla nostra nazionale, dapprima in Israele e poi, unico traguardo imprescindibile, ad Istanbul.

Inutile girarci attorno, la preparazione e le relative prospettive hanno subito un colpo letale con la disgraziata sceneggiata di Danilo Gallinari, evento che ha tolto una buonissima dose di talento alla squadra. Ti viene a mancare il miglior giocatore ed improvvisamente cambia tutto? Sì e no, poiché in ogni caso, persino con la presenza del neo-Clipper, non si sarebbe mai e poi mai potuti prescindere da un concetto di squadra che partisse dalla metà campo difensiva. Certo, davanti sarebbe stata ben altra musica, con almeno due tenori  quasi sempre in campo, tuttavia già l’europeo di due anni fa dimostrò ampiamente come senza una decente difesa (il pick and roll, soprattutto centrale, fu un incubo per tutto il torneo, ancor prima di arrivare a Kalnietis e Valanciunas) di strada che conta se ne fece poca.

Ed allora proviamo a capire quelle che possono essere le ambizioni azzurre dopo una preparazione che non ha fatto che confermare il bene ed il male di questo gruppo, che squadra può ma deve ancora diventare.

Pare evidente sottolineare come questa nazionale sia largamente inferiore a quella che si esibì nel 2015. Tralasciando la barzelletta, che non fa più nemmeno ridere, dei “più forti di sempre”, allora vi erano un Alessandro Gentile al top della sua crescita e potenzialmente devastante, un Andrea Bargnani in grado di sparare le ultime, seppur saltuarie, cartucce di una carriera che è poi volta al termine ed un Daniel Hackett che non arrivava da una stagione di pressoché totale inattività. Ci fu l’infortunio di Gigi Datome, vero, così come Nick Melli non era ancora il giocatore di oggi, tuttavia la bilancia pende sicuramente in direzione 2015 se di talento e prospettive possiamo parlare. Quel Gentile e quel Bargnani oggi non ci sono ed i loro sostituti non sono di quel valore. Se poi ci aggiungiamo la già citata ciliegina dell’assenza di Gallinari, credo che non possa esservi partita tra le due squadre.

«Pagheremo le conseguenze tutti insieme, ma la storia è piena di squadre che hanno trovato nelle proprie difficoltà la forza per compattarsi ed andare oltre le proprie possibilità».

Le parole di Ettore Messina sono state chiare, subito dopo l’infausto evento di Trento. Da qui si (ri)parte, su questo si può costruire l’unico futuro per questa competizione.

L’Italia gioca un girone di medio valore dove, se è vero che non ci sono squadre materasso, come una Romania ad esempio, è altrettanto vero che la potenziale testa di serie numero 1 (Lituania) è probabilmente quella più malleabile e comunque sempre ondivaga, come da tradizione baltica, in grado di toccare il cielo ed il fondo in un amen (vedi Lille e Rio). C’è grande equilibrio e sulla giostra della qualificazione  è recentemente salita anche una tignosissima Georgia, che non ci si attendeva tale. Con Pachulia, poi… E’ tutto molto aperto ed è chiaro che l’obiettivo, in ottica ottavi di finale, sono i primi due posti, poiché, incrociandosi con il girone A, quello di Francia e Slovenia (Grecia), si può tranquillamente pensare che la situazione migliore sia quella che faccia evitare quelle due squadre, ad oggi, soprattutto i transalpini, decisamente di una categoria superiore. L’obiettivo quarti di finale è oggi quello di eccellenza più realistico per gli azzurri, ma per nulla scontato.

Come ci ha spesso ricordato Sandro Gamba, «un gruppo va in gita insieme, mentre una squadra vince le partite», ecco perché fallì il #wearefamily, secondo nel barzellettiere solo al già citato “più forti di sempre”. Senza dimenticare ciò che il Professor Guerrieri gli insegnò ad inizio carriera: «Se hai giocatori forti vinci, se li hai scarsi perdi». Quest’ultima non è la scoperta dell’acqua calda, ma un semplice concetto che spesso si dimentica quando si valuta il lavoro di molti coach. Vale per Messina come per chiunque altro e qui è bene ricordare come di campioni ci sia traccia abbastanza leggera. Ed è lo stesso Ettore ad aver spiegato (recente intervista a Sky passata molte volte durante la preparazione) come sia fondamentale trovare l’equilibrio di “come si sta in campo assieme”, che è ben diverso dal trovarsi bene al bar piuttosto che a tavola. Ed è proprio questo il lavoro svolto che, se completato, potrebbe pagare dalla fine di agosto.

L’Italia ha un chiaro deficit nei due ruoli chiave, playmaker e centro. Storia ormai che dura da anni, poiché di talento, da Atene in poi, se ne è visto ben poco tra 1 e 5. Hackett, Filloy e Cinciarini possono sopperire alle evidenti mancanze attraverso ritmo offensivo e presenza difensiva costanti. O questo o morte, poiché nel gioco di oggi, una point guard senza tiro dall’arco conta abbastanza poco ed in questo caso di tiro ce n’è solo ed esclusivamente, ma a tratti, nella sfacciataggine e nei miglioramenti di Filloy.

Sotto canestro Cusin è giocatore da 15 minuti, non di più, come dimostra la sua carriera e come ci ricordano, di continuo, i suoi problemi di falli. Ma il “Cuso” sa giocare e può essere importantissimo proprio se in grado di limitare le penalità inutili: certo che un play in grado di giocare il p&r con continuità lo avrebbe valorizzato ancor di più, sebbene questo sia avvenuto in tempi recenti, solo con Vitali ed in contesti di valore molto inferiore. Nick Melli sarà fondamentale anche da 5, come ormai accade da anni, così come l’agonismo di Burns dovrebbe contare anche più di quanto potrà dare il sottodimensionato Biligha, che dovrà sopperire alle lacune nella comprensione del gioco attraverso la sua applicazione, ad oggi mai venuta a mancare ed assai apprezzabile. Molto importante, nell’interpretazione dei concetti “messiniani” del gioco, proprio Burns, poiché spesso è capace di recitare quel “point five” tanto caro al coach secondo i dettami del suo “head” Popovic. Altro non si tratta che di quanto viene richiesto ai giocatori al momento della ricezione del pallone: decidere ed eseguire in mezzo secondo, senza stare troppo con la palla in mano a “sentire se c’è la sorpresa”, come si diceva un tempo. Anche Dada Pascolo è molto bravo in questo senso, ma entrambi dovranno migliorare nel senso di non effettuare un movimento fine  a se stesso, ma che sia efficace per procurare un vantaggio alla manovra offensiva.

Gigi Datome merita un capitolo a se stante, come collante della pallacanestro azzurra che si svilupperà tra i ruoli di 3 e 4. Il Capitano lo sa fare e bene, ma è vero che sinora, in carriera, lo ha fatto al meglio in contesti in cui non era né la prima né la seconda (e forse nemmeno la terza) opzione offensiva. Qui sta il salto di qualità da fare: diventare non tanto giocatore-capo, quanto terminale più importante. Ovvio che se hai Bogdanovic, Udoh e Sloukas la faccenda diventa più semplice, ma il valore di Gigi può e deve dare questa possibilità di crescita alla squadra.

Crescita che deve abbracciare anche Melli, che non dovrà fare altro che allungare il percorso di crescita “bamberghiano” diventando protagonista ad un livello superiore, cosa che peraltro gli verrà richiesta anche da Obradovic, visto che i due citati Bogdanovic e Udoh non saranno più a roster nel Fenerbahce campione d’Europa.

Se per Awudu Abass è presumibile un ruolo prettamente difensivo, come quello milanese in stagione, almeno finché la capacità di scegliere e giocare non diventi maggiore (ancora troppe falle, tra decisioni sbagliate ed indecisioni ancor peggiori), Marco Belinelli e Pietro Aradori avranno sulle spalle molto del peso offensivo della squadra, sia come terminali di possessi ben calibrati, sia come situazioni di particolare impasse nella circolazione di uomini e palla. Ovviamente con le dovute differenze, poiché di Aradori sappiamo bene cosa può dare, mentre il “Beli” deve necessariamente fare un altro passo avanti in carriera giocandosela da vero top della competizione. Di qui passano molte delle fortune dell’Italia. E’ chiaro che il ruolo svolto negli ultimi anni di NBA non è certo quello di “prima punta” e quindi non sarà per nulla semplice: in quest’ottica, sarà forse proprio il campione bolognese quello che soffrirà di più l’assenza di Danilo Gallinari.

L’Italia è questa, coi suoi pro ed i suoi contro. Il confine tra una prestazione molto deludente e la possibilità di stupire è molto, molto sottile, ma d’altro canto non è possibile attendersi nulla di differente, visti i valori che il nostro movimento esprime già da tempo. Con la giusta fiducia ed un approccio positivo si può provarci per bene: la certezza di una guida tecnica eccellente dovrebbe dare quel qualcosina in più.

Concludendo credo sia interessante valutare, con le cautele del caso, quanto detto di recente da Sergio Tavcar riguardo l’eventuale adattamento o meno di Ettore Messina a questo tipo di pallacanestro e di giocatori. Sempre pungente, la voce storica del basket slavo ha messo in dubbio tale capacità di adattamento, dopo anni di NBA (che, è bene chiarire, non apprezza certamente). Ora, che Ettore Messina non sia capace di parlare ed allenare questi giocatori mi pare decisamente una boutade assai eccessiva per diverse ragioni, mentre, tecnicamente, si potrebbe aprire un discorso enciclopedico. La pallacanestro del miglior coach italiano degli ultimi 25 anni è complicata, questo è vero, e forse non perfettamente “fitting” alle limitate capacità tecniche di molti atleti odierni. Nel gioco di oggi si muove la palla molto più degli uomini e la vera differenza con il passato è che mentre prima si passava in una direzione e ci si muoveva in quella opposta, oggi si va verso il lato del pallone (spesso a bloccare per il ricevitore ) con molta maggior frequenza. Il lato debole di Messina richiede sincronismi e movimenti molto scientifici e ritmati, ai quali molti dei giocatori (?) di oggi semplicemente non arrivano, tuttavia l’intelligenza del coach azzurro ha già messo in atto correttivi molto semplici ed importanti. Inoltre, non tralascerei il fatto che tra tutte le squadre NBA, gli Spurs di Popovic e Messina sono certamente quelli più europei, non certamente solo per presenza di atleti del vecchio continente, le cui eccellenze è proprio coach Pop a definire come «più preparati e pronti» (clinic Berlino 2015). Mi pare quindi si tratti di un problema assai relativo, sebbene tanti esempi recenti (Milano 2016/17 dice molto) ne abbiano attestata la veridicità.

Di certo, nell’Europeo delle molte (troppe) assenze, lo spazio per fare bene c’è e vale anche per chi, come gli azzurri, realisticamente, è dotato, in campo, di valori decisamente limitati.

 

 

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One Comment

  1. Forse mi sbaglio, ma l’impressione è che Cinciarini, Abass e Cusin siano in nazionale solo perchè sono tesserati Olimpia Mllano. Come ho avuto modo di scrivere su Osservatorio Basket, per me l’avventura dell’Italia a EuroBasket 2017 finisce a schifio.

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