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Ancora lui, sempre lui: Zeljko Obradovic. L’unicità di un fenomeno che sa, e deve solo vincere.

Si sa ormai tutto di una semifinale che ha visto un dominio turco tanto netto quanto inatteso nella forma. Che il Fenerbahce avesse le carte in regola per fare male ai dominatori della stagione regolare era chiarissimo. Sono stato il primo a sottolineare, nella presentazione della gara, come i numeri dicessero di due stagioni ben diverse, il tutto a senso unico, direzione Madrid, ma che tuttavia Obradovic non fosse così d’accordo, come Spanoulis per la sfida precedente, a concedere la passerella alle due squadre migliori della stagione. Non c’era da fidarsi, e così è stato.

Ekpe Udoh più che un MVP, Nikola Kalinic alla miglior gara della carriera, Bobby Dixon chirurgico etc etc.. Potremmo stare qui per ore ad elencare tutti i pregi di una squadra che si è presentata all’appuntamento, sinora più importante, tirata perfettamente a lucido, così come fiumi di inchiostro si potrebbero utilizzare per spiegare le ragioni di un Real troppo negativo per essere vero, tuttavia mi sento di indicare un protagonista assoluto che incarna alla perfezione tutti i valori per cui il Fenerbahce ha dominato una partita di tale importanza: Zeljko Obradovic.

Non trascuriamo il fattore pressione, perché coi chiari di luna che accompagnano di questi tempi le carriere di tanti coach assai capaci, la Final 4 di Istanbul, per il fenomeno serbo (si può dire fenomeno anche di un allenatore, non sempre solo dei giocatori) hanno un peso, tuttora, clamoroso. E non è certo finita ieri, visto che un’eventuale sconfitta in Finale sarebbe valutata dal mondo intero come un fallimento, in primis di un coach che di solito non perde e di cui si comincerebbe a dubitare dell’effettivo attuale impatto su questa competizione, a troppi anni dall’ultimo successo (6…).

Dall’inizio dei Playoffs abbiamo scelto di indicare 5 punti chiave per l’analisi delle singole partite, formula che è piaciuta, tuttavia l’eccezione di oggi riguarda proprio il coach di Cacak, confermatosi il numero uno per distacco.

La squadra che ha calcato il parquet del Sinan Erden Dome è stata un semplicissimo capolavoro. Ad un coach chiedi una cosa principalmente, ovvero di presentare i propri uomini al top della forma nel momento più importante: eccoci, hanno detto quelli del Fener, noi ci siamo e siamo qui al meglio. Non è un dettaglio poiché, nel corso della stagione, proprio i turchi hanno sofferto moltissimo la nuova formula, in cui gli impegni ravvicinatissimi parevano cozzare con l’intensità richiesta dal loro coach, marchio di fabbrica negli anni. I quintetti di Obradovic, storicamente, hanno affrontato gli episodi decisivi della stagione quasi sempre al top, ma le premesse stagionali erano state altre. Ad Istanbul si è arrivati al termine di otto mesi in cui Bogdanovic su tutti, ma anche Sloukas, Udoh, Veselj e Datome hanno dovuto affrontare guai fisici di notevole portata. Ed il calendario non era estraneo a questi problemi.

Zeljko ha sofferto ed ha saputo, ancora una volta, dimostrarsi il più moderno di tutti, capendo come fare e dove agire. La sua NBA è questa, ce lo ha ripetuto mille volte. Di certo l’NBA in questi anni si è persa un assoluto campione, un uomo in grado di fare la differenza sempre e comunque. L’avrebbe fatta anche di là? Tante certezze, pochi dubbi.

Diverse filosofie cestistiche raccontano di come, in gare senza domani, sia importante limitare i migliori avversari per togliere sicurezza al valore globale della squadra. Se ne è discusso a lungo, chi dice che sia la via da seguire, chi dice che non sia quella maestra. Obradovic ieri ha saputo essere trasversale, ancora una volta unico, concedendo ciò che ha fatto grande il Real in stagione, ma tagliando completamente i ponti che lo legavano al resto della squadra. Sergio Llull è stato fantastico? Sì, in effetti, ma non è stato il Llull che coinvolge i compagni, completamente annichiliti dal sistema difensivo turco. Strano? No, Obradovic. Ad un certo punto mi sono chiesto quando e come avesse messo 18 punti il 23 dei “blancos”. Perché? Stava giocando una splendida gara solitaria, il Real era fuori dal contesto ed il motivo erano le scelte del coach avversario.

Rotazioni di 8 uomini, due giocatori in campo più di 38 minuti ed un terzo oltre i 31 (Bogdanovic). Si storceva il naso quando al rientro dopo il lungo infortunio, al serbo venivano concessi dal suo coach circa 30 minuti a sera: è sbagliato, è un rischio, la pagherà. La realtà? Stava allenando già questi Playoffs e queste Final 4. Da quanto tempo non si vedevano in campo due uomini con quei minutaggi? Sono anni che sentiamo “dabbenaggini” tipo quella che sostiene che tutti devono toccare il campo nel primo tempo, che un risposo sia obbligatorio per avere questo quello al top nell’ultimo quarto e via così. Obradovic va per la sua squadra, ascolta tutto e tutti, ne fa tesoro e vince, allo stesso modo, proprio da Istanbul, primi anni ’90, con quel Partizan discretamente talentuoso.

Ma la cosa più bella di tutte è che il coach sa benissimo che manca la parte fondamentale, quella che domani farebbe alzare la coppa al cielo. Senza quella, nessuno si ricorderebbe della straordinaria gara di ieri, lui su tutti.                                                 Ancora una volta, come nelle semifinali, sembrerebbe tutto scontato, con un Fenerbahce francamente più forte dell’Olympiacos: ecco, l’esperienza insegna come si possano rischiare alcune brutte figure in fase di pronostici, tenendo presente una differenza fondamentale. Lui, Zeljko Obradovic. Il più grande di tutti, a prescindere. Non dovesse vincere, lo ritroveremo a settembre alla ricerca di un’ennesima formula vincente, quella che si ottiene solo attraverso il lavoro, secondo un’etica che non ha pari ed ha radici profonde, scolpite nella sofferenza di quei bui giorni di gioventù, in cui un maledetto incidente stradale fu basilare nella formazione di un carattere di ferro.

 

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