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Andrea Trinchieri. Il suo basket, il futuro e quell’obbligo di vincere per rimanere nell’Europa che conta.

Conversare di pallacanestro con Andrea Trinchieri è prima di tutto molto interessante e stimolante. Mai banale, tanto riflessivo quanto chiaro nell’esprimere le proprie idee. In una domenica di fine aprile, ho avuto modo di sentirlo riguardo diversi temi, partendo dalla stagione di Eurolega, attraverso temi generali del gioco, per arrivare a qualcosa riguardo il suo futuro.

Vorrei partire da un concetto da te recentemente espresso dopo la gara di Milano. Dicesti di aver smesso di valutare le prestazioni dei suoi giocatori e della tua squadra in base ad un tiro che entra od esce. Ma oggi  in quanti posti è possibile lavorare secondo questi canoni?

In pochissimi casi. Ed è un po’ il problema della pallacanestro italiana, una pianta rigogliosa, avvizzita dal cambio di clima. Dovresti fare un passo importante per uscire da questa situazione, non è facile. E’ bravo perché vince piuttosto che vince perché è bravo: dove sta la verità?  Ci son mille fattori che concorrono.

Mi riporti a qualcosa che mi disse Bianchini : “Ho vinto alcuni titoli con meno merito rispetto a stagioni in cui persi. L’importante è avere un metodo e lavorare con quello”.

Sono d’accordissimo. Oggi hai meno chances di fare squadre forti, molti grandi giocatori non sono stati rimpiazzati. negli anni ’90 c’erano 20/30 italiani in grado di fare la differenza, oggi non più. E non si tratta di difendere la categoria degli allenatori, ma non è veramente possibile ridurre tutto ad una palla che entra o meno. Ti faccio un esempio, la finale di Eurolega 2016. In fondo il Fenerbahce perde per un tagliafuori non eseguito: se non fosse stato Obradovic sarebbe stata colpa del Coach.

Ed allora, legandomi a quanto dici, ti chiedo se è vero che quell’impossibilità di costruire è legata anche al fatto che il basket sia in mano agli agenti, con ormai pochissimi dirigenti validi ed i presidenti in diretto contatto con loro.

Tema trito e ritrito. “It is what it is”, come si dice. Vediamo cosa succede dove c’è il primo che va in direzione opposta. Sia chiaro, nessuna demonizzazione degli agenti: hanno solo preso quello che c’era sul tavolo, facendo il loro lavoro. I concetti di risultato ed immediato, nella stessa frase, sono un ossimoro. Il miglior basket del globo è rappresentato da NBA ed Eurolega: lo è per i soldi disponibili? Sì, ma non fini a se stessi. Con quelle disponibilità si costruiscono sistemi di scouting, si organizza e così facendo si moltiplica il valore globale. C’è tanto dietro, non solo i giocatori. La squadra non può assorbire il 90% delle disponibilità finanziarie di una società. Ci sono 46 squadre nelle due leghe suddette, ne aggiungo altre 25 in giro, dopodiché il resto delle  ha potato tutti i rami disponibili e la situazione è quella che è. Perché un giocatore importante, per bravo che sia, non fa una società.

Veniamo all’Eurolega. Format nuovo, calendario terribile, esperienze del tutto inesplorate in precedenza, molto simili a quelle NBA. Su tutto, l’impossibilità di trascorrere tanto tempo in palestra. Che problemi ti ha dato, come ai tuoi colleghi,  questa stagione e come pensi di lavorarci in ottica futura? Ti faccio io un esempio, che calza per tutti: Milano dal 12 ottobre a Natale ha fatto 9 allenamenti veri, il resto era defaticamento, tiro, poco riposo e viaggi.

Problemi enormi, è stato l’anno zero. Assolutamente come in NBA. ma col tempo ci si abitua, si capisce e ci si organizza in quel senso.  Inutile piangerci addosso. Abbiamo sbattuto il muso contro queste novità, ai coach è mancato il terreno sotto i piedi. Prioritaria è stata, e sarà così sempre, la capacità di rigenerare mentalmente i giocatori. Mi è capitato di prendere una dura scoppola il martedì e poi vincere il giovedì: sai come? Andando oltre alla brutta sconfitta, perché se fossi rimasto su quella, avremmo perso pure a 48h di distanza. C’è una barzelletta che sento spesso in giro, una cosa che ritengo una puttanata colossale : in NBA non frega niente perdere qualche partita, mentre qui è sempre dramma. A nessuno piace perdere, o frega poco farlo, il problema è saper andare oltre, a questi ritmi.

Mi rifaccio alle parole di Melli sul giocare per te. Disse che bisogna essere sempre al 100%, dal primo minuto di allenamento all’ultimo di partita, altrimenti diventa durissima, perché la richiesta di Coach Trinchieri è sempre molto alta. Non so dirti quale sia il termine giusto, forse complicata è parola sbagliata, quindi ti chiedo semplicemente che pallacanestro è la tua e su cosa si basa?

Innanzitutto chiariamo che la mia pallacanestro non è una questione tipo Cape Canaveral, ma la richiesta è alta. Ci son molti modi di lavorare, l’importante è che ognuno di questi riconosca un obiettivo comune in base alle risorse disponibili. Ebbi modo di vedere degli allenamenti di TEAM USA, il più grande concentrato di talento esistente: le loro cose sono molto semplici, quasi stupefacenti per quella semplicità. La mia richiesta, dicevo, è molto alta e se non arrivi con le cinture allacciate ti stampi. E’ una pallacanestro basata sull’interazione di 5 giocatori con l’ambiente circostante, che è è il campo con i suoi accadimenti. Spesso i giocatori sono disposti a correre, ma non da avere mal di testa. Il mio obiettivo, anche con qualche mal di testa, è portarli da A a B. Riconoscere le situazioni e reagire sono i cardini.

Brad Wanamaker ha recentemente parlato delle sue esperienze, tutte positive, con Moretti, con te ed ora con Blatt. Pensavi realmente che potesse diventare così forte?

Sì, assolutamente. E’ giocatore di immenso coraggio, ha un telaio fisico imponente per il ruolo. Non mi stupirei di vederlo in NBA.

Addirittura? Ma non potrebbe soffrire di là la fisicità di tanti pari ruolo?

No, confermo, può starci bene.

I “trinchieriani” sostengono che dove sei stato hai sempre fatto bene portando le tue squadre al massimo possibile, se non oltre: i più critici dicono che il prossimo step della tua carriera dovrebbe essere quello di andare ad allenare in un top club con grande pressione e l’obbligo di vincere. Cosa mi dici a riguardo?

Che vi ho ascoltato tutti.

Ok, però approfondiamo e proviamo a capire  cosa c’è nel futuro di Andrea Trinchieri? Ti interesserebbe un’esperienza da assistente in NBA, se ci fosse l’occasione?

Assolutamente sì. Credo possa arricchire moltissimo. Io accetto le opinioni di tutti, ma credo di basarmi su fatti concreti. E’ sempre difficile analizzare i lavori più o meno buoni fatti, ho sempre cercato di lavorare per il meglio, ho avuto responsabilità, ho portato giocatori e squadre ad un livello superiore a quello da cui eravamo partiti. E riguardo a quella pressione ti dico che oggi gioco dei Playoffs in un campionato che non è il CSI, in cui se Bamberg vuole rifare l’Eurolega deve vincere. Se non è una spada di Damocle questa…

Ti sei fatto un’opinione sulla situazione di Alessandro Gentile?

Prima di tutto ti dico che per me è uno dei primi 5 in Europa. Oggi non lo sta esprimendo. Poi aggiungo che tutti noi, dal più forte al più fragile, necessitiamo di aiuto in determinate situazioni. Fare tutto da soli è impossibile ed una deriva individualistica non paga per nessuno.  Ale ha sempre vissuto il gioco come una sfida, cosa che gli ha permesso di raggiungere grandi risultati da giovanissimo. E’ un patrimonio, io non giudico, credo solo che debba accettare l’aiuto di chi può farlo, per tornare ai livelli che può esprimere. Ed il bisogno di aiuto, sia chiaro, non è perché lui è speciale, ma solo perché è come tutti noi, in un determinato momento succede così.

C’è un collega che stimi più di altri e di cui prezzi in particolare la pallacanestro?

E’ come chiedermi qual’è la macchina più bella, impossibile. Gli allenatori sono unici. Ad esempio io ho grande considerazione per la scuola italiana, che ha sempre prodotto buoni coach. Il miglior allenatore è chi sa accettare compromessi senza vendere l’anima al diavolo. E non parliamo di principi, che spesso fanno paura. Accettare quei compromessi è importante, senza però abbandonare la propria via. Per fare il suo meglio, un coach deve richiedere, facendo rendere al meglio la sua forza lavoro. Come un manager d’azienda.

Hai parlato di allenatori italiani. Quest’anno ne ho visti molti fare un ottimo lavoro, in condizioni che definire disagiate è un eufemismo: va quindi considerato con ancor maggior enfasi tale lavoro?

No, perché noi ci meritiamo quello che abbiamo. Se un coach diventa debole è anche perché ha contribuito a creare questa situazione. Se per allenare un coach deprezza il proprio lavoro, non va bene: chiaramente non riguarda tutti, ma quando accade è bene farsi carico delle proprie responsabilità. A proposito, ora devo andare a lavorare, ho giocato ieri, gioco domani e poi iniziano i Playoffs.

Ok Coach, grazie per la chiacchierata, siamo stati bravi, un’oretta di pallacanestro senza parlare di Milano.

Grazie a te ed alla prossima…

 

 

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