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MILANO: SIX FEET UNDER

La stagione europea dell’Olimpia Milano tocca vette di negatività inimmaginabili nel crollo di Mosca. 101-64 vuol dire molto più di una sconfitta: umiliazione certa e legittimi dubbi  sulla dignità dello sforzo messo in atto dalla squadra di Jasmin Repesa.

La situazione in cui versano i biancorossi è molto oltre i campanelli di allarme: tecnicamente e psicologicamente si verificano prestazioni che necessitano , di un intervento deciso da parte della proprietà.

Vi sono diversi esempi più o meno recenti cui si potrebbe fare riferimento, sia in Italia che in Europa, di un vissuto tremendo quale quello dei Campioni d’Italia e mi pare che tutto sia molto, molto chiaro. Nella frustrazione, che poi è più disperazione, dei risultati e dei rendimenti inaccettabili, la cosa più semplice da fare è gettare tutto nella spazzatura, senza se e senza ma, sparando in ogni direzione senza distinzione alcuna. Dirigenti, coach, giocatori: va tutto bene ed è tutto un film già visto. Così facendo si archivia una stagione accettando il disastro collettivo attuale come situazione da viversi di qui a giugno. Già visto, si diceva, proprio riguardo ex campioni nazionali. Non è la via, non lo è mai stata e mai lo sarà.

Proviamo allora a basarci solo sui dati di fatto che derivano dagli ultimi due mesi meneghini,  analizzando quali potrebbero essere le vie di uscita.

  1. Milano ha deciso di separarsi da ALESSANDRO GENTILE. Consensuale o meno (e non sarà il comunicato stampa da “Libro Cuore” ad influenzare il giudizio) questa è stata una decisione che ad oggi ha dato risultati disastrosi. 4-2 in campionato, ivi compresa la sconfitta contro una Reggio Emilia che sta perdendo quasi sempre con tutti, ed  in modo netto, da un mese: l’inizio era stato 9-0. In Eurolega il record dice 0-8 dopo il fatidico addio, mentre prima si viaggia a 4-5, in piena e legittima lotta playoff. Qui non si giudicano le facce ed i presunti atteggiamenti di Alessandro Gentile: il gossip e le innumerevoli, ridicole voci non interessano. Qui si guarda a numeri che sono frutto del rendimento: senza Gentile l’Olimpia è sparita. Tralasciando ogni giudizio personale sul giocatore (quanto sia positivo lo dimostrano mille attestazioni di stima cestistica precedenti), la domanda che è lecito porre è una sola: esiste in Italia ed in Europa una squadra che può diventare più forte liberandosi di Alessandro Gentile? E la risposta deve venire al netto del rendimento stesso del giocatore, che quest’anno non è stato certo quello fantastico fino al novembre 2015 (poco meno di 11 punti in 20 minuti di media nelle ultime quattro apparizioni europee in maglia biancorossa).
  2. Ricky Hickman e Miro Raduljica. Chi non li voleva  a luglio? Chi non esultava per il loro ingaggio? Sempre lontani dai pareri personali (mai piaciuto e mai considerato giocatore di questo livello RH), i numeri di Eurolega dicono chiaramente che il primo problema da risolvere è al momento questo. Il play ha giocato 17 partite, di cui 10 in quintetto, producendo 10,5 punti in 25’20” di impiego medio. 41,3% da due, 31,1% da tre (solo pochi punti percentuali meglio dall’arco rispetto al tanto vituperato Gentile), 2,6 rimbalzi, 3,4 assist, 0,9 recuperi, 2,4 perse, 2,2 falli fatti contro 4,3 subiti. Ha un Performance Index Rating (definiamolo per farla breve una statistica basata sul bene rispetto al male) di 11,1  a serata, il cui totale lo pone al 41mo posto in EL. 9 playmaker stanno davanti a lui: Teodosic, Llull, Calathes e Spanoulis, ma anche Wanamaker, Rice, Larkin, Doncic e… Colom. Poche storie, doveva essere l’innesto per scatenare la situazione di doppio play che tanto piace al coach ed a Kalnietis: si è dimostrato una tassa terrificante da pagare in difesa ed in fase di costruzione del gioco, dove crea situazioni soltanto individuali ed ha mostrato limiti tremendi nella tecnica di ball handling e passaggio. Se il tuo innesto chiave in regìa è 41mo nel PIR generale, i Playoff puoi dimenticarli. Miro Raduljica ha giocato 16 partite, di cui 14 in quintetto, per 17’01”, 8,4 punti col 51,5% da due e l’80,6% ai liberi : 3,5 rimbalzi, 1,2 assist, 0,5 recuperi, 2 perse ed, incredibilmente, 0,3 stoppate subite contro 0,1 date. Il PIR è 8,4: 79mo di tutto il torneo. Udoh ha 20,06,  Kuzmic 15,82, Parakhouski 14,71, Dunston 14,06, Tomic 13,71, Tyus 13,59, Ayon 12,65, Birch 12,24: perfino Theis, Hunter, Bourousis e Pleiss gli stanno davanti tra i pari ruolo. Serve altro?  Per entrambi vale la considerazione che, PIR a parte, le statistiche non sono nemmeno così disastrose, sebbene scarse, tuttavia in quei due ruoli, play in primis,  se non hai impatto notevole è inutile che tu rappresenti un investimento importante all’interno del budget della squadra. E’ chiaro, semplice e lampante: l’Olimpia deve andare sul mercato per sostituire questi due uomini, a meno che non voglia correre il rischio di 13 partite agonia in Europa e di Playoff italiani in cui si possa anche perdere.
  3. TORINO. Inutile girarci intorno. Un giorno, e succederà, ve lo garantisco, sapremo cos’è successo il 6/11 dopo la vittoria 97-100 al Pala Ruffini. Lo sfogo di Repesa, uno dei più duri mai registrati a questo livello, poiché chiaramente diretto agli uomini prima che ai giocatori, ha rappresentato il “turning point” della stagione milanese. Tutti, pochissimi esclusi, erano convinti si trattasse di un roster ben costruito per lottare in Eurolega e le prime 7 partite lo dimostrarono ampiamente. Giova ricordare che al Pireo, dove è passato solo lo CSKA, si giocò per 29’30” alla pari con Spanoulis e soci, così come in casa si dispose con una certa tranquillità dello splendido Baskonia nonchè dell’Efes, che oggi lotta a  pieno titolo per un posto al sole. Cos’è successo a Torino? Che peso hanno avuto le parole del presidente che in sostanza rimise in riga il coach il giorno dopo? Quale interpretazione ne risultò per i giocatori? Il caso Gentile ebbe la sua appendice finale in quell’occasione (di certo non giovarono le immagini di Alessandro e Mantas che se la ridono in panchina prima di accorgersi del primo piano delle telecamere…)? La risposta è molto facile: qualcosa, di pesante, accadde e da lì nacque il disastro che portò poi ai due mesi più neri della recente storia milanese. Di lì in poi la squadra ha letteralmente smesso di giocare e lottare, legittimando i dubbi su spaccature all’interno dello spogliatoio e su giocatori non esattamente in sintonia con il coach. Non è reato, viste alcune prove individuali ed alcune reazioni, pensare al concetto di “giocare contro”. Come se ne esce? Impossibile  dirlo per noi, ovvero chi non sa cosa accadde.
  4. JASMIN REPESA. Esonerare un allenatore è una cazzata colossale nel 99% dei casi. Lo dimostra la storia dello sport, non è un’opinione. I danni (citofonare Moratti…) si pagano per anni ed anni. Il piegarsi ai capricci dei giocatori non può e non deve esistere,mai. Per un Tyrone Lue ci sono mille fallimenti con strascichi inenarrabili. Detto questo, la squallida legge dello sport dice che non si possono mandare via 10 giocatori, quindi chi paga deve essere il Coach : porcheria assoluta, questo vale se una società non conta e non ha peso. Se ce l’ha gli atleti vengono messi in riga a dovere! Con tutto ciò ovvio che Milano oggi presenti al mondo delle facce tremende: tristi, inconcludenti, sperdute. Pazzesco, sebbene probabilmente onesto, quello che ha detto Bruno Cerella ieri: «Abbiamo la consapevolezza di essere inferiori». Ora, se lo sei veramente va bene, ma se lo sei diventato allora c’è qualcosina, direi tutto, che non va. Ed allora veniamo alle soluzioni. Ho avuto modo di parlare a lungo con Jasmin Repesa pochi giorni prima della Supercoppa. Ho incontrato un uomo deciso, che sapeva cosa fare, che aveva un chiaro progetto tecnico e che mi ha descritto alla perfezione la situazione Olimpia: «Sono soddisfatto». Osservando un paio di allenamenti ho potuto vedere un ritmo di lavoro che definirei da “settore giovanile” nel senso più positivo del termine. Ho visto grande intensità, giocatori che lavoravano prima e dopo gli allenamenti stessi, sui fondamentali individuali, un ambiente che lasciava presagire al meglio. Ed è proprio il sorriso solare con cui Jasmin accolse il mio “Coach, che intensità sembra di vedere una squadra di settore giovanile o di NCAA” quello che non posso dimenticare. Un coach sa che non può esserci osservazione migliore sul lavoro dei propri giocatori. E’ finito tutto a Torino? Se n’è andato anche coach Repesa da quel momento in poi? Quindi, se la società si trova nell’impossibilità di lavorare sui giocatori in modo da farli tornare ad un rendimento da uomini prima che da giocatori, l’esonero del coach è “la sconfitta meno disonorevole”. Ma se esoneri Repesa chi prendi? Soluzione interna del tutto inutile: l’ambiente è quello. Ed allora due nomi: Charly Recalcati o Marco Crespi, perché un eventuale soluzione estera, se mai ci fosse, si troverebbe in un girone infernale senza conoscere nemmeno il paese e la lingua. Il grande Charly avrebbe il vantaggio di essere Coach che arriva con una carriera quasi leggendaria, da sbattere in faccia a chi finora non ha voluto o potuto dare il massimo: un basket lineare ed un’esperienza perfetta per gestire una situazione di tale negatività. Certo che i ritmi europei attuali e la sua età potrebbero cozzare, ma l’uomo di sport saprebbe come venirne a capo.  Marco Crespi è un visionario che ha dimostrato di saper gestire una delle situazioni più complicate della storia del basket: è “troppo senese per Milano”? Per favore, giudichiamo il coach: lavoratore eccelso se ce n’è uno, tecnicamente preparato, potrebbe essere il collante perfetto per un rinascita e per saper dare l’entusiasmo che manca all’interno dello spogliatoio. Ma sia chiaro che entrambe le scelte, come eventuali altre in questo senso, non sarebbero altro che la già citata “sconfitta meno disonorevole”. Jasmin Repesa merita critiche e lancio di pomodori “petersoniani”esattamente come tutti gli altri attori del pessimo film cui stiamo assistendo.
  5. PSICOLOGIA. Si è detto delle facce dei giocatori: immagine tristissima, come raramente mi è capitato di vedere nello sport. Volti sofferenti, sguardi nel vuoto, espressioni di disagio totale. L’abbraccio di Repesa e Dragic a Barcellona, il McLean che lamenta di “non poter difendere da solo” contro Pesaro, gli zigomi sempre più scavati di Cinciarini, l’assenza mentale di Raduljica piuttosto che le continue lamentele di Kruno Simon. Pascolo, Abass e Fontecchio con l’aria di chi si sta chiedendo se pensando di uscire con Belen si è poi ritrovato Rosy Bindi. Milan Macvan che guarda gli altri come quello che vorrebbe mettere le mani addosso a tutti, ma poi si limita a scuotere la testa. E se i giocatori fossero molto validi ma avessero una fragilità interiore estrema? Se bastasse l’aiuto di uno psicologo dello sport, come avviene ai massimi livelli ovunque?  Una volta tale ruolo era appannaggio di coach e GM, oggi le cose sono cambiate (in meglio?). Non è un’idea strampalata, basterebbe pensarci, ma per farlo bisognerebbe sapere le cose che non sappiamo. Ed allora si torna a Torino.

 

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