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Oggi Milano non c’è più

La Milano europea non c’è più.

E’ un dato di fatto sancito dalla classifica. E’ una certezza derivante dai volti dei giocatori milanesi. E’ una verità ineluttabile nelle parole impotenti del suo coach. E’ una lenta agonia testimoniata dall’assordante silenzio societario.

Lo scorso 15 novembre l’Olimpia era al quarto posto, record 4-3, in coabitazione con sei squadre, dopo aver battuto, con pieno merito, Efes e Baskonia. Dopo 37 giorni e sei sconfitte consecutive si ritrova desolatamente ultima insieme a Kazan, Galatasaray e Bamberg, ovvero le tre peggiori squadre di Eurolega. Da sottolineare che con queste ultime Milano ha sempre perso. L’involuzione della squadra di Repesa, in queste 5 settimane, è tanto incomprensibile quanto inconcepibile. Prima delle ultime due vittorie europee vi fu la trasferta di Torino in campionato, ormai celebre per lo sfogo del coach: non dimentichiamo questa data, 6 novembre, può essere il tutto come il nulla.

A meno di miracoli oggi nemmeno immaginabili, la campagna europea verso i Playoff finisce qui. In un contesto tecnico e psicologico totalmente a zero, non arriva nemmeno il calendario in aiuto. Trasferta a Barcellona domani sera e, dopo un panettone assai indigesto, che peraltro non si sa da chi e dove verrà gustato, al Forum arriva lo Zalgiris, la squadra probabilmente più calda di questo momento, prima di iniziare un 2017 di speranze in realtà “senza speranze”: si va ad Istanbul, sponda Obradovic, ed a Mosca. Nemmeno i titoli di coda, le luci sono accese e la sala si svuota.

Tra disperazione ed improperi, la domanda milanese è una sola: perché? Difficilissimo, pressochè impossibile dirlo. Quanto visto ieri sera è il riassunto perfetto di sei gare traumatiche: 435 segnati (72,5) contro 510 subiti (85). 12,5 punti di scarto sono nulla rispetto alla pochezza messa in campo dall’Olimpia tutta. Sottolineo il tutta, perché include ogni singolo, dal primo all’ultimo. Stella Rossa, Fenerbahce, Unics, CSKA, Galatasaray e Panathinaikos sono tutte facce della stessa medaglia, quella della sconfitta, talvolta disonorevole, sempre meritata. Nulla di tanto diverso da quanto visto in Italia: dopo la famosa Torino, sono arrivate vittorie come quella di Cremona, forse il punto più basso come tecnica ed applicazione, nonché le ultime prestazioni di Trento (W spinta dalle percentuali dei padroni di casa) e Venezia, il manifesto intellettuale dell’intensità e dell’attenzione biancorossa. E che sia chiaro come faccia talvolta sorridere il ritornello del “campionato in cui si vince perché troppo forti”, come se Milano venisse da sei scudetti di fila.. Prima si domina, poi si fa può ragionare in questi termini. La Reyer te lo ha detto: se giochi malissimo, perdi anche qui.

Perché, quindi? «Vedendola da fuori e con tutto il rispetto dovuto, mi pare che a Milano si sia perso il piacere di giocare a pallacanestro e di godersi una condizione sì di responsabilità, ma soprattutto di grande privilegio. Sono ragazzi molto ben retribuiti, che hanno la fortuna di aver fatto di una passione un lavoro. Il più bello che ci sia». Parole e musica di Meo Sacchetti, pochi giorni fa. Come non sottoscrivere.

Il dito deve essere puntato sempre in una direzione precisa, quindi tutti sotto col dare a Repesa quel che è di Repesa: in questo caso le colpe di un disastro del tutto inatteso. Non si può certo cambiare dieci giocatori, quindi via il coach: vecchio mantra delle dirigenze sportive, scorciatoia dell’incapacità di volare più alto. Sgombriamo il campo da ogni equivoco: se la squadra si esprime in questo modo, qualunque coach ha responsabilità enormi. Lo sa Repesa, lo sa la società, lo sanno i giocatori. I quali giocatori non fanno assolutamente nulla per non far pensare ad una situazione di scarso impegno e scarsa applicazione: nessuno escluso. Le belle parole, che come tutte le belle parole sono candele al vento senza il corollario dei fatti, spese recentemente da alcuni protagonisti, riguardo il momento della squadra, non fanno che incrementare il sentimento di chi ritiene che vi siano problemi tremendi all’interno dello spogliatoio.

Così non si può giocare, non ci sono scuse.                                                                                  Quando una squadra non prende il ferro in almeno sei-sette occasioni, quando i giochi sono rotti da iniziative individuali senza senso, quando le penetrazioni sono liberi pensieri di chi non sta pensando, quando i lunghi danno le spalle al canestro in occasione dei rimbalzi, quando il pallone si muove ad un ritmo da corteo funebre, quando la transizione riguarda due o tre elementi mentre gli altri eseguono una sorta di transumanza, e l’elenco potrebbe continuare, il male allora è profondo e le cure necessitano di drasticità assoluta.

Ma torniamo al punto: separarsi da Repesa? E’ un’opzione. Tutto quanto elencato sopra, rivisto ieri dopo che già si era chiaramente mostrato nell’ultimo mese, non dipende certo dal lavoro tecnico dell’allenatore. Altrettanto chiaro che se una squadra rifiuta di fare il minimo sindacale in fase di esecuzione, vi sia un problema che riguarda il rapporto con il proprio staff, più che l’incapacità di farlo.

E’ credibile che Mantas Kalnietis sia quello che sta giocando in maglia Olimpia? E’ pensabile che Miro Raduljica interpreti ogni appuntamento agonistico come una festicciola di amichetti delle elementari? E’ credibile tecnicamente l’atteggiamento sui due lati del campo di Rakim Sanders? E’ normale che un Ricky Hickman, per quanto assai sopravvalutato, se ne infischi totalmente del gioco di squadra vivendo il proprio ruolo di playmaker, che non è, secondo canoni di totale egoismo?

La scusa delle difficoltà mentali che sarebbero alla base della differenza di rendimento tra allenamento e partita non sta in piedi. A tale proposito, nell’arco di una settimana abbiamo un Capitano che parla di «doversi allenare meglio» seguito a stretto giro di posta da un Coach e da un McLean che ieri dichiarano «se avessimo messo in campo l’intensità con cui ci alleniamo…»: delle due l’una. Oppure è stato totalmente confusionale? Giocare a Milano è difficile, vero, ma non giocare è ancora più difficile, a Milano come ovunque. Ed il concetto, chiarissimo, è che qui non si sta giocando, mai da 35 giorni a questa parte.

E quando non si gioca all’orizzonte vi sono due soluzioni possibili.                                                 La prima è la cacciata dell’allenatore, cui si potrebbe imputare di non essere in grado di fare il proprio mestiere oppure di aver perso il controllo dello spogliatoio, per colpa sua oppure dei giocatori.                                                                                                                                     La seconda opzione è lavorare sulla squadra in modo deciso ed inequivocabile. Cari signori, quello che state mettendo in atto è una sorta di sciopero tecnico e morale inaccettabile. Siete professionisti (stra)pagati, Milano non merita questo, la vostra carriera non può generare questo, l’Olimpia non accetta atteggiamenti di questo tipo. Il coach ha la nostra piena fiducia, quindi tornare immediatamente nei ranghi oppure fioccheranno i provvedimenti disciplinari e chissenefrega delle regole sindacali. L’Olimpia, la sua storia ed i suoi tifosi sono molto più importanti di voi. Così difficile?

Chi fa questo? La dirigenza, secondo compiti prestabiliti. La dirigenza, appunto. Il Giano Bifronte societario ci ha parlato solo di Alessandro Gentile. Il silenzio di questi giorni è il peggior rumore che si possa udire. La Pallacanestro Olimpia Milano è società perfetta da molti punti di vista. Ne sono il primo estimatore e non lo ho mai nascosto. C’è però, oltre al discorso organizzativo societario, spesso tradotto nel limitato concetto di marketing, anche la pallacanestro. Non è ironia, non è poco. Il dio latino sapeva guardare al futuro come al passato: Milano dove guarda oggi?

Gentile non è un aggettivo nel mondo biancorosso: è semplicemente il miglior giocatore di una squadra che è stato allontanato a causa di una serie di problemi che si trascinavano da tempo. Perché ora e non prima? Inaccettabili le parole dell’estate dell’ex capitano, incomprensibile che si sia continuato insieme, tanto da nemmeno monetizzare a questo punto. La squadra, in tutto questo, ne è uscita a pezzi. Chi si nascondeva dietro le pessime scelte del numero 5 oggi è nudo. La gonna della mamma non è più paravento. Non c’è più quello a cui darla via in emergenza. Che la faccenda avesse dure ripercussioni lo sapevano più o meno tutti. Eccoci oggi, appena informati che Alessandro ha sempre tifato Panathinaikos, novello Ibra, con un gruppo che non è nemmeno gruppo. Di squadra non si parli, perché come mi disse coach Gamba, sempre numero uno nelle sue analisi, «con un gruppo vado a fare una scampagnata, con una squadra vinco le partite».

Semplici pendii che diventano invalicabili salite, sussurri che diventano grida, parole che diventano poemi.  La sacralità dello spogliatoio può essere violata così di frequente? Era così difficile, vista l’importanza della sfida di Kazan, partire il martedì invece che mercoledì, evitando di arrivare dopo sette ore in tarda nottata? Era fattibile il non accorgersi solo ora che manca pressione sul perimetro quando avevi un Lafayette ed opti per la virata su Hickman? Serviva playmaking? Brividi. Lo sfogo torinese del coach era condiviso? Perché se fosse stato così andava cavalcato (non mi pare avesse tutti i torti…), altrimenti, ritenendolo fuori luogo, Jasmin Repesa non avrebbe dovuto allenare più Milano da allora.

Livio Proli è persona e manager che ha tutta la mia stima. Ora la faccenda è nelle sue mani. Ha saputo, in diversi momenti, ammettere i propri errori, come fanno le persone più capaci, così come ha saputo costruire dalle macerie della disgrazia una società per certi versi modello. Ma oggi si trova ad un bivio. O Milano vira sull’essenza del gioco o rischia di restare una grande, affascinante incompiuta. Il gioco, l’ultima ruota del carro milanese attuale: non può e non deve essere così. Da subito.

Il tempo è esaurito in Europa: l’onore dovuto a questa maglia non si esaurirà mai. Ci sono una stagione, una maglia ed un pubblico da rispettare. Senza clamori, solo fatti. Che in Italia si chiamano vittorie ed in Europa si chiamano rinascita e valori.

 

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