Squadre

Marco Crespi: Milano e l’Eurolega

Marco Crespi e Milano, una storia già durata 17 anni.

Una carriera che passa poi per l’impresa mancata di un soffio con Biella contro la miglior squadra italiana, e non solo,  del millennio, quella Kinder di Messina alle corde in Coppa Italia;  le grandi partite di Pesaro in Europa e diversi anni a Casale, tanto da farne casa sua. Siena, da vice di Banchi, prima della memorabile stagione che portò allo scudetto perso in gara 7 a Milano. Si parla anche delle delusioni, perché nella memoria di ogni uomo di sport ci sono anche quelle, spesso portatrici di grandi insegnamenti per crescere. Insegnare, crescere, tutti concetti che non si allontanano mai da quel Boscia Tanjevic che il coach nomina sempre con il rispetto e la stima che si deve ad un grande: grande amico prima che coach, con cui si sono condivise esperienze indimenticabili.

Milano, alla fine, torna sempre in ballo se si parla di Marco.

In giorni molto complicati per l’ambiente meneghino, da diverse parti viene fatto il suo nome come possibile sostituto di Jasmin Repesa, nel caso si materializzasse l’ipotesi di un divorzio tra l’Olimpia ed il coach croato.

Ciao Coach, dove eravamo rimasti? Siena, poi Vitoria e la Scaligera, ora Sky, dove trovi grandi professionisti, i migliori: che stimoli ti porta questa nuova esperienza?

MC – Mi piace il basket, amo parlare del gioco ed analizzarlo. E’ un’ottima opportunità, sono felice di parlare liberamente di quello che vedo.

Però tu sei un coach e so bene, conoscendoti, che non puoi non pensare alla panchina. Se arriva un’offerta qual è il tuo punto di partenza per valutarla?

MC – Ti avevo già detto che sono pronto a tornare in panchina di fronte ad un’offerta con un progetto serio. Mi sento allenatore, mi sento di esserlo nell’ottica di formare persone e coordinare un team di lavoro fatto di persone. Ho sempre grande voglia di arricchirmi, attraverso la sperimentazione di nuove idee e grazie alla collaborazione con chi posso trovare in questo percorso.

Ciò che mi ha sempre impressionato durante la tua carriera è il livello raggiunto da diversi giocatori dopo che sono passati sotto le tue cure. Penso ai Granger, agli Hickman, ai Janning, per arrivare a quello più clamoroso, ovvero Othello Hunter. Sai che non l’ho mai amato cestisticamente, ma oggi è un giocatore spesso clamoroso rispetto a quello che era nella prima parte di stagione a Siena. Qual è la ricetta vincente?

MC – Amo avere una visione globale della persona e del lavoro. Lavorare per formare, che non vuol dire assolutamente non vincere oggi: fai quello che devi, lavori molto duramente in ottica futura ma anche per avere risultati con la tua squadra. Crescono i giocatori, cresce la tua squadra. Ieri ho incontrato Haynes, basterebbe la luce nei suoi occhi quando ci siamo salutati per valutare ciò che è rimasto di quella stagione senese. Ma c’è di più, so che hanno creato una chat in cui tutti i ragazzi si sentono ancora oggi. Marquez mi ha confermato come tutti ricordino ancora il grandissimo lavoro svolto, il più duro della carriera, ed i risultati incredibili cui si arrivò. La stagione che tutti ricordano come memorabile e quanto sia oggi fondamentale per ciò che stanno ottenendo. Questo per un coach è il massimo.

E se la famosa offerta arrivasse da Milano? Se dall’altra parte del telefono ci fosse Livio Proli? Sai che il tuo famoso concetto di “senesità” non è amatissimo da queste parti, si dice perfino che avresti rinnegato Milano…

MC – Assolutamente no. Se arrivasse una tale offerta per me sarebbe come tornare a casa, dove ho allenato per 17 anni a tutti i livelli, dall’under 14 alla serie A. Sarebbe una grande soddisfazione professionale. Se i numeri contano, 17 anni sono qualcosa di importante. Il concetto di senesità è legato ad un momento, ad una stagione straordinaria.

Che Milano hai visto ieri?

MC – Una Milano che soffre. E nella sofferenza si attorciglia e non riesce a vedere un punto di riferimento nelle risposte al lavoro dell’allenatore.

Quindi il punto di riferimento che manca potrebbe essere anche il coach?

MC – Facciamo chiarezza, io sono un allenatore ed ho grande rispetto per il lavoro di Repesa come di ogni allenatore. La scelta di puntare sulla distribuzione di minuti e responsabilità oggi avrebbe bisogno di trovare quel riferimento in campo che dicevo.

Ed allora come se ne esce? Da più parti, anche stampa di peso, si chiede la testa di Repesa.

MC – Voglio essere ancora più chiaro. Io ho idee ma non ho conoscenza della situazione. Quella può averla solo chi vive 24/7 l’ambiente da dentro. La mia idea non prescinde mai da un’analisi seria che tolga di mezzo ogni emotività. Ci sono numeri e statistiche che dicono tanto su quel che accade in campo. Anche non cambiare è una scelta, che però, se percorsa, va supportata al 100%.

Raduljica è un giocatore di cui si sapeva tutto: criticarne le caratteristiche che non si adattano alle richieste dello staff non ti pare sia un palese errore? Non è novità che non sia il difensore sul pick and roll alla Hunter, Dunston o Udoh…

MC – Miro ha una percentuale di incidenza sui rimbalzi difensivi del 20%: lo scorso anno al Panathinaikos era del 18%. E’ una voce statistica che si conferma, in meglio. La si conosce ora come allora. Credo che ogni giocatore debba fare il suo: valutarlo sulla base dei “credevo che…” etc non ritengo sia giusto.

Chi gioca bene a pallacanestro in Europa?

MC – Sarò banale: lo CSKA. Ma nella banalità della risposta ti dico che ogni volta che li vedo giocare riconosco l’arte di rendere semplice tutte le situazioni. Da lì nascono alte percentuali e tutto ciò che caratterizza il loro gioco. Certo, mi diranno che è facile con Teodosic e De Colo, ma io posso valutare su quello che hai, non su quello che potresti avere.

Ed in Italia?

MC – Ogni volta che si parla di Italia si dice sempre che il livello è basso e così via. Io dico che all’interno delle partite si vedono cose molto positive e prestazioni individuali di un certo valore. Capo d’Orlando, finora mai vista di persona, gioca proprio bene. Una pallacanestro molto chiara che ottimizza il proprio personale.

Te la butto lì in questo modo: visto il non altissimo livello di talento a disposizione, molti coach hanno elevato il proprio standard ed oggi sono in grado di offrire un prodotto migliore. In poche parole allenano di più e meglio.

MC – Tutti cerchiamo il bello nella vita, sempre. Anche con il materiale umano a disposizione in Italia credo che si possa ricercare un’emozione, che è fondamentale. Il bello e l’emozione sono quello che deve cercare un allenatore, che è una sorta di capo produzione.

Concordo, ma allora ti provoco. Ieri sera ero online su Facebook per seguire Rheno Bighorns – Rio Grande Valley Vipers di NBDL per capire se vedevo qualche giocatore buono. Mi chiedevo quanti dirigenti ed allenatori di basket stessero facendo lo stesso per scovare talenti per la propria società…

MC – In ogni gruppo di lavoro, in ogni azienda, ci vogliono aree di competenza. Probabile che un allenatore ieri sera non avesse la possibilità di seguire una partita, ma di certo ci vorrebbe qualcuno che fosse deputato a farlo per poi confrontarsi il giorno dopo e valutare assieme. Il piacere di lavorare insieme e valutare per migliorarsi. Chi lo fa parte già 2-0 nella partita seguente.

Ed allora anche il coach trova il tempo di farlo…

MC – Certo. E torniamo al concetto del piacere di stare e lavorare insieme.

Non posso lasciarti senza chiederti qualcosa di Gentile. Detto che la forma della separazione è stata unanimemente giudicata come poco felice, secondo te Milano ha perso il suo giocatore più forte, separandosi da Alessandro?

MC – Premetto che Gentile mi è simpatico. Ha tutto per essere un campione? Dall’anno dello scudetto fino a Natale dello scorso anno sì: alto livello e prestazioni di assoluto valore in Eurolega. Ma come tutte le persone di carattere e sensibilità ha bisogno di sentirsi tecnicamente coinvolto ed a suo agio in un sistema. Come si diceva ieri in telecronaca, vediamo il suo tiro da tre. Dall’inizio carriera di Treviso a quest’anno non scende solo la sua percentuale ma anche, se non soprattutto, il suo numero di conclusioni, che vuol dire fiducia e coinvolgimento. Un tiro non può peggiorare. La fiducia dava vita ad un bellissimo spettacolo di potenza che si sprigionava da quel corpo. Le parole dopo gara 6 a Reggio sono qualcosa che aveva dentro, un malessere uscito forse in modi e tempi sbagliati, ma assai sincero e sentito.

Concetti chiari, mai banali, letture attente, ma soprattutto il concetto chiarissimo del porre la persona ed il lavoro di squadra davanti a tutto.

La bellezza e le emozioni: il basket.

Professionalità ed etica del lavoro sono il tratto distintivo da sempre di Marco Crespi.      Nel mondo di oggi, non solo della pallacanestro, non è materia da sottovalutare se si vuole costruire qualcosa di serio.

 

 

 

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