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Milano non c’è più?

L’assenza di Milos Teodosic e Nando De Colo è un lutto per il gioco che si trasforma in opportunità unica per i presunti eredi delle “scarpette rosse”. Può essere la partita della svolta per Milano, a volte la sorte ti viene in soccorso, ma se ti fai trovare impreparato allora non si comincia neanche a parlare. E’ il sunto dell’ennesima serata milanese di Eurolega: consuetudine che diventa incubo, incubo che si fa realtà.

Il nulla è il primo concetto che viene in mente. Nulla nel primo e secondo quarto, quando Mosca ha concesso il possibile, ed aprire una forchetta importante in termini di punti era dovere prima che diritto. Errori incomprensibili, scelte da minibasket, atteggiamento che definire “soft” è assolutamente un eufemismo. Kazan non è servita a niente, Trento non ha insegnato nulla di più: la pioggia di triple mancate dagli uomini di Buscaglia avrebbe potuto tenere in vita la partita di domenica sera, quelle a bersaglio dello CSKA l’hanno chiusa con estrema facilità ieri. Meno del nulla dopo l’intervallo, quando la squadra si è ripresentata in campo in modo inaccettabile, per tecnica, tattica ed intensità.

Il CSKA ed il suo staff, magistralmente guidato da Dimitris Itoudis, meritano tutto quello che hanno. Impeccabili, intensi, preparati ad affrontare la difficoltà dell’assenza dei due migliori giocatori di Eurolega, convinti del loro piano partita dal primo all’ultimo secondo. Ecco il punto! Un piano partita si esegue quando le cose vanno bene, così come quando non vanno: si apportano correttivi, ma se non si crede nella base, la costruzione crolla al primo soffio di vento. Nel primo tempo i russi hanno sbagliato almeno 7-8 tiri perfettamente costruiti ed hanno proseguito nel loro intento: anche un bambino sapeva a quel punto che era fatta, perché se giochi in modo vero i risultati arrivano. In campo c’era una squadra che sbagliava giocando ed una che giocava sbagliando.Tolta la transizione a Milano, evitando di eccedere nell’andare a rimbalzo offensivo, concentrandosi sulle ripartente biancorosse, l’ennesimo dominio tattico, dopo Real e Fenerbahce, era sotto gli occhi di tutti al Forum. Inutile stupirsi del fatto che l’Olimpia abbia vinto la battaglia a rimbalzo, seppur di poco. Ecco la statistica sbugiardata dal campo, dal gioco. Per l’ennesima volta si riscontra come, ad  ogni chiamata offensiva milanese, corrisponda un’immediata reazione della panchina avversaria, coach ed assistenti, che trasmette ai giocatori il messaggio corretto su come interpretare il possesso difensivo. Questo si chiama allenare, questo è il sale dello stare in panchina e dare valore aggiunto alla propria squadra.

Ed intanto a Milano  gli unici soffi che si sentono, in questi giorni, riguardano il mercato, le polemiche, gli sfoghi pubblici, la stampa, i procuratori ed i cestini ( talvolta vanno di pari passo):  tutto ciò che non riguarda il campo. Impossibile giocare e pensare pallacanestro in un tale ambito.

Come si esce da tutto ciò? Società, tecnici e giocatori: tutti insieme. Belle parole, direte con piena ragione, quasi da ridere, si potrebbe aggiungere in un  momento come questo. Certo, ma la realtà è questa.

« Gli eroi  sono tutti due metri sotto terra» ammonisce Jasmin Repesa. Verissimo Coach, ma gli eroi, prima di finire sotto terra, combattono e lo fanno agli ordini del proprio comandante,  il primo a doversi immolare. Ci si immola attraverso scelte, ci si immola attraverso leadership, ci si immola attraverso un linguaggio del corpo deciso. Tutto ciò non si è visto, dalla testa ai piedi dell’Olimpia di queste ultime settimane.

Milano ed il suo Coach hanno fatto una scelta importante, impopolare o meno che sia: rinunciare ad Alessandro Gentile vuole dire togliere di mezzo l’unico giocatore che abbia dimostrato negli ultimi anni di poter competere ad altissimo livello in Eurolega in modo continuo. Gli altri non gli sono nemmeno vicini. Poi c’è il resto, ed allora la scelta può diventare perfino condivisibile nella sostanza. Sulla forma soprassediamo.

Si diceva di una via di uscita: c’è, eccome se c’è. Si chiama lavoro, quello che non ha mai fatto difetto a Repesa in palestra, quello che oggi è obiettivamente difficile da riconoscere in campo, pur nella certezza, per esperienza personale, che ci sia. I blasonati deretani dei giocatori devono ricominciare a sfiorare il legno duro, la fisicità in transizione deve avere la forza di superare la tattica avversaria che lo vuole impedire, la palla deve ricominciare a muoversi a ritmi più alti, i numeri di possessi devono tornare a moltiplicarsi, a rimbalzo bisogna andarci con  ferocia, le palle vaganti non possono essere appannaggio di nessuno che non abbia scritto Olimpia sulla maglia. Magari non sarà abbastanza per entrare nelle otto, ma sarà più che sufficiente per riprendersi quell’autostima che poi riconquista la gente.

Il playmaking è largamente insufficiente. Da un Cinciarini impalpabile ad un Hickman che continua a giocare da solo e passa la palla poco e male, fino ad un Kalnietis irriconoscibile. Che fisicamente stia male lo si vede, come già ampiamente trattato, dal primo passo che manca di totale esplosività: Mantas è giocatore eccitante, non quello soporifero di oggi. La soluzione del doppio play pare dare qualche buon risultato: è scelta o disperazione?

Gli esterni, via quello più forte, sono chiamati ad un salto in alto non indifferente: è nelle loro corde? Kruno Simon non vale l’Eurolega di livello da protagonista: può incidere nel breve, ma oggi tutte le difese d’Europa sanno come toglierlo di mezzo e non è nemmeno troppo difficile. Rakim Sanders ha giocato tre partite ottime ma non basta: senza Gentile la squadra offensivamente parlando è sua. Una notte da incubo quale quella passata ci può stare, non però dando le spalle all’avversario per un backdoor a coefficiente difficoltà zero. Abass e Fontecchio non sono ancora pronti: non possono essere i protagonisti se non a sprazzi, anche se le premesse sono buone. Zoran Dragic sembra catapultato in un mondo che lo sconvolge: basta la faccia per capirlo. Non può e non deve essere questo. Jamel McLean pare l’unico che dia il 100% e questo è gravissimo. Che non sia il suo ruolo quello di 5 è tema un filo abusato, in un gioco in cui i 4 fanno ben altre cose. Il problema è diverso: è 5 che può spaccare le partite sui 10-13 minuti, impossibile utilizzarlo oltre i 15-20 come centro. Il Raduljica visto ieri non è certo il peggiore della stagione, anzi: addirittura attivo su diversi possessi difensivi, a rimbalzo ci va quando passa da quelle parti, ma questo si sapeva. Davanti ha pochi limiti: su 25 minuti varrebbe tranquillamente i suoi 18-22 punti, come sempre. Messaggio per chi non lo sapesse: è sempre stato così, prima e dopo la firma con Milano. Chiaro? Milan Macvan è certamente più 5 che 4: lo ha confermato lui mille volte. Il suo problema è la continuità, ma è oggi l’ultimo problema di Milano. Dada Pascolo fa la differenza in Italia e, per ora, conta poco in questa Europa, che non è l’Eurocup in cui eccelse: l’uomo sa come lavorarci e sono pronto a scommettere che possa essere un’arma importante tra un paio di mesi, quando magari sarà tardi, ma è così.

Milano si è forse illusa di valere tranquillamente le prime otto? Probabile. Nulla è perduto ora, ma molto è compromesso. Nessun miracolo è richiesto, solo lavoro, quel lavoro che necessita di tre cose fondamentali. Per Jasmin Repesa il tempo delle scelte: le pari opportunità e la democrazia sono bellissime cose che nel basket fanno ridere. In panca si tratta di dittatura illuminata e quella luce è questione di ora o mai più. Per i giocatori vuol dire tirare fuori qualcosa dall’anima: dopo il Baskonia l’encefalogramma è piatto ed il cuore nemmeno batte, semplicemente non c’è più stato. Per la società è questione di due correttivi importanti: un centro fisicamente qualificato di certo, mentre la questione playmaker va valutata in ottica condizioni fisiche di Kalnietis e tecniche di Hickman.

Non è nemmeno pensabile una lenta agonia europea, fuori da tutto a Natale, ma sia chiaro che ad oggi è drammaticamente un’opzione.

 

 

 

 

 

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