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Milano crolla a Belgrado

E’ brusco il risveglio milanese dopo la notte di Belgrado: una Stella Rossa poco più che  essenziale ma molto ben preparata difensivamente approfitta di un serata assai negativa di tutta l’Olimpia.

Non vi sono prigionieri, solo caduti. Francamente difficile trovare un singola nota positiva per Repesa, se non qualche  sprazzo iniziale di Gentile. Se dovessimo spiegare ad un bambino il concetto di “soft” ecco che la prova della squadra e della panchina milanese farebbe perfettamente al caso nostro.

Tecnicamente Radonjic prepara ed esegue la partita perfetta. Pressa Hickman, che in questa situazione palesa limiti da sempre, cancella tutte le linee di passaggio sul perimetro concedendo solo palle dentro: qui Milano dovrebbe vincerla, come chiede Repesa nel pre-partita, ed invece la perde malamente. Questione di imporsi: la Stella impone il suo, Milano va sotto provando a fare quel che voleva. Le mani addosso dei 10 serbi entrati in campo fanno il resto: la storia è chiara nel gioco, chi le mette meglio vince, sempre. Non è la prima volta che il 46enne coach di Titograd dimostra capacità in grado di mettere in grave difficoltà colleghi che hanno a disposizione roster più completi: non stupirebbe affatto vederlo su qualche panchina pesante nei prossimi anni.

Milano prova giocare per pochissimi frangenti : ad  1’58” del primo quarto, sotto 12-10, fa un parziale di 9-2 che le dà l’effimero vantaggio di fine periodo. A 5’40” del terzo, sotto di 11 punti, prova il rientro fino a 4’07” sul 49-44: la Stella Rossa si blocca completamente per più di tre minuti ma non c’è forza mentale e le occasioni perse dai milanesi in questi attimi sono decisive. Tre minuti e trentuno secondi totali di basket non possono essere sufficienti. L’impressione è che sarebbe bastata un poco di energia e la gara sarebbe girata propio in quei frangenti del terzo periodo: due errori al tiro di Kalnietis, uno di Raduljica ed un certo campionario di nefandezze portano al quarto fallo di Dragic: finisce qui. Almeno dieci appoggi al ferro senza convinzione ed un numero assurdo di perse figli di passaggi molli ed includenti all’interno dei giochi sono lo specchio milanese: i falli sui tiri da tre ed il clamoroso regalo di McLean, che trasforma una rimessa milanese in una tripla avversaria, sono la dimostrazione della totale mancanza di lucidità. Il banchetto di Simonovic oltre l’arco è il cartello da appendere nello spogliatoio milanese nei prossimi due mesi.

L’Olimpia torna nel gruppone a 4-4 e resta un certo senso di rammarico per le occasioni che oggi si considerano perse, a Bamberg come a Belgrado: il futuro ci dirà se si tratta veramente di punti importanti lasciati.

Sicuramente vi è una valutazione da fare sull’ottovolante di prestazioni e risultati che coinvolge tutte le squadre di questa Eurolega, anche quelle considerate top. Baskonia passa dalla prova col Fenerbahce a quella con Milano. Il Barcellona  arriva da tre W consecutive ed offre un rendimento quale quello del Pireo. Lo stesso Fenerbahce dopo che pareva aver trovato la quadra offensiva, nel derby col permissivo Galatasaray, segna 73, 52 e 77 punti nelle tre gare seguenti prima del rimbalzo in stile “borsistico” con l’Efes. Il grande CSKA gioca tre quarti notevoli contro il Real e poi  ne gioca almeno tre “turistici” con il Darussafaka. Milano fa lo stesso tra il martedì col Baskonia ed il giovedì di Belgrado. Si potrebbe continuare con diversi altri esempi ma credo sia già sufficiente per dimostrare come questa nuova formula di Eurolega sia una “prima volta” cui i giocatori, ma ancor di più i coach, si debbono abituare. Inutile pretendere o sperare che l’intensità mentale possa essere la stessa all’interno di sforzi di 48-72 ore: nessuno qui è abituato, se non chi arriva fresco di NBA. Ma chi viene da là sa bene che in una sorta di necessario “gentleman agreement” tutti i coach hanno rotazioni quasi obbligate. Altrimenti sei mesi non li tiri ai ritmi fisici del gioco di oggi. E fioccano gli infortuni, variabile che deve ancora dire la sua in questo torneo. Qualcuno ne è già stato pesantemente colpito (Barcellona) ma la faccenda, soprattutto se le rotazioni non diventeranno più logiche,  sarà decisiva. Blatt, in tutto ciò, è un passo avanti agli altri, per cultura ed esperienza personale vissuta: non è un caso che il suo Darussafaka stia facendo così bene pur non esprimendo un’intensità dai picchi altissimi. Al pari del Real. Non tragga infine in inganno il dato che alcune squadre, Olimpia in primis, giochino in un campionato nazionale poco competitivo, almeno fino ai Playoff: le trasferte, in ogni caso, logorano moltissimo.

L’impressione chiarissima è che solo ad inizio 2017 gerarchie ed equilibri saranno determinati: fino ad allora è lecito attendersi di tutto con il continuo saliscendi di prestazioni principalmente nell’ambito del breve periodo.

Tutto ciò, per quanto riguarda l’Olimpia, non ha però nulla a che vedere con quelle che sono alcune situazioni che iniziano a dare adito a dubbi e domande. Ricky Hickman, in difesa e contro la pressione, diventa un giocatore poco meno che normale. Miro Raduljica esprime momenti di intensità da “casa di riposo” sempre più frequenti e non può essere questo: non è un difensore, e lo sappiamo, tuttavia non può nemmeno attaccare il ferro in quel modo da “derby del cuore”. Kruno Simon in Europa sparisce e lo fa da 15 mesi, al netto di alcune prove contro difese leggere quali quella dell’Efes: tolta l’incidenza sul perimetro è danno più che vantaggio. Alessandro Gentile ha momenti di assoluta onnipotenza tecnica e fisica, anche in questa edizione di Eurolega: inizia a diventare una costante, però, il calo fisico, tecnico e mentale col passare dei minuti. Jasmin Repesa non ha super campioni come Llull, De Colo o Teodosic, ma ha 12 giocatori potenzialmente positivi e protagonisti: se si predica intensità, perché non sfruttare al 100% il tuo roster?

 

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