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Giocatori

Semplicemente Diamantidis

Scrivere qualcosa che non si sappia su Dimitris Diamantidis è impresa assai ardua.
Di certo ogni amante di questo splendido gioco ha perso qualcosa di grande e di assolutamente unico in un mondo in cui sono pochissimi i guerrieri le cui gesta restano inscindibilmente legate ad un solo esercito.
Se poi queste gesta si sono accompagnate per 12 anni a quelle del generale più forte ed invincibile di tutti, Zelimir Obradovic, la mitologia greca si arricchisce di un capitolo enorme.
Cerchi ovunque tra libri, web e protagonisti del gioco e quello che emerge in ogni descrizione che riguardi il “Diamante” sono due parole chiare ed inequivocabili: lealtà e rispetto.
Ed incredibilmente tutto ciò supera nove titoli greci, dieci coppe nazionali, tre Eurolega ed una serie di riconoscimenti individuali che giustificherebbero l’apertura di una Hall of Fame individuale.
Come disse David Blatt dopo la finale del 2011, ironia della sorte persa proprio contro DD, “Il basket non è come Hollywood, non sempre vi è il lieto fine”, ed il destino ha voluto che l’ultima fatica agonistica del fenomeno di Kastoria terminasse con la “solita” bomba vincente di uno dei suoi rivali più duri e difficili, quello Spanoulis col quale, dopo i fasti di Galis e Yannakis, ha scritto la storia del basket nazionale, europeo e mondiale.
Niente, neppure di ciò resta traccia, se non nel meritato palmares dei rivali rossi: si parla di Dimitris e della sua eredità.
“Un diamante è per sempre”. Ce lo hanno ricordato in questo weekend ad Oaka con una delle cerimonie più belle e vere di sempre in cui la passione calorosa, spesso oltre i limiti, del tifo “verde” si è espressa in modo univoco: abbiamo accolto Obradovic al suo ritorno a casa da eroe fregandocene del fatto che sedesse sulla panca non proprio amatissima di una squadra turca, con un’ora e mezza di cori pressoché ininterrotti, ma la nostra storia ha un nome ed un cognome ed è quello di Dimitris Diamantidis.
Lealtà e rispetto, per il più grande di tutti.
Spesso si è dibattuto sul fatto che il coach senza il suo giocatore non avrebbe avuto la stessa carriera piuttosto che il contrario: mi limiterei a ringraziare gli dei del basket per avere fatto incontrare due fenomeni di questo calibro. Senza questa chimica la nostra vita sarebbe stata peggiore..
Il 2006 registrò la sua più grande prova individuale, che arrivò con la maglia della nazionale: in Giappone contro gli USA, in quel 101-95, non fece altro che usare tutto il semplice talento e la forza mentale di cui è sempre stato dotato.
“Una lama nel burro dei vari Anthony, Wade e Lebron”. Così fu descritta la sua partita dalla stampa di mezzo mondo: lo staff americano, che lo aveva indicato con un semplice numero di maglia, fece profonda conoscenza con il mito e dovette mostrare lealtà e rispetto, come tutti, verso il 13.
Quella partita fu qualcosa di più di una vittoria, riscrisse la storia come nel 1988 fece l’URSS di Gomelskj: di lì in poi di sconfitte americane non vi è traccia e recentemente è stato proprio coach K a ricordare come la forza attuale nacque proprio da lì. Non è un caso che ci fosse di mezzo sempre il 13 e non è un caso che di quel mondiale si celebra ancor oggi maggiormente l’impresa greca piuttosto che il titolo spagnolo: potere della lealtà e del rispetto.
Seguirono una miriade di giorni di gloria ulteriore ma quel che fece scalpore fu sempre la coerenza e l’amore che il campione greco dimostrò nei confronti del “verde”.
Rinunciò a contratti milionari in NBA che avrebbero fatto impazzire chiunque: la sua vita era il Pana, la sua casa Atene, il suo tempio Oaka con il suo Gate 13.
Le statistiche ci sono sempre state, mai appariscenti ma sempre decisive: forse l’unico nella storia ad aver deciso decine e decine di partite senza segnare l’ultimo tiro.
A memoria l’unico che tiene il passo con lui in quest’ottica è stato Dino Meneghin.
Nella lettera di addio ai suoi tifosi ed alla sua squadra scritta attraverso il giornale “Prasini” vi è forse la chiave di lettura migliore della persona e del giocatore: tra le tante cose emerge, mai altisonante ma assai fondamentale un “The team is above persons, everyone might come and go but the team remains”.
In perfetto stile Diamantidis, solo “lealtà e rispetto”.

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